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Sinner, la terra rossa non porta felicità

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AGI – A ben vedere un successo Jannik Sinner l’ha ottenuto. Ma non sui campi del Roland Garros, quanto durante l’incontro con la stampa seguito al ko al quinto set contro il tedesco Altmaier. Per dare una giustificazione alla sconfitta al secondo turno dello Slam Jannik ha tirato in ballo la categoria della “felicità”.

Termine che non emerge spesso nelle dichiarazioni dei tennisti e degli sportivi in generale: a meno che non abbiano vinto Wimbledon, l’Agusta Master nel golf o i Mondiali di calcio. E pure in quei frangenti non è fuori luogo pensare che i pensieri felici dei vincitori veleggino con una certa rapidità verso i loro conti in banca e verso le opportunità, che quei successi garantiscono, per aumentarli.

Invece Jannik ha provato a spiegare di aver perso contro il tedeschino, nonostante due match point e una valanga di occasioni sprecate, sostenendo: “Non ero felice di essere a Parigi e di essere in campo a giocare quella partita”.

Il che è una tesi assolutamente apprezzabile, una carta a favore di tutti quelli che rimpiangono un tennis dove si picchiava di meno la palla, dove i muscoli dei protagonisti erano meno sviluppati e dove non solo tocco e gioco a volo erano predominanti: ma in cui la maggior parte dei tennisti era più o meno felice di essere in campo e pure fuori dal campo ma con ancora le racchette sotto braccio.

In quella frase però si possono intravvedere anche i segni del perché Sinner, da un paio d’anni ormai insignito del ruolo di prossimo vincitore di Slam e magari pure di primo giocatore del pianeta, invece non tenga fede alle attese che lo hanno circondato.

E, soprattutto sulla terra (a Roma è uscito agli ottavi, per mano di Cerundolo) appaia sempre più un principino in grado di vincere in tornei di seconda e terza fascia e di battere Alcaraz nella giornata giusta.

Ma non di compiere quei balzi in avanti sul piano della qualità e del rendimento che possano garantirgli di vincere un Slam o di attestarsi sulla prima piazza della classifica Atp. È possibile che quelle attese stiano cozzando con i limiti reali di Jannik? Sì lo è.

È possibile che quei limiti o almeno alcuni di essi (la sostanziale mancanza di soluzione alternative e più fantasiose alla pressione da fondo campo, un fisico che non è un’arma da guerra, un servizio che risolve poco quando serve) siano destinati a permanere e quindi a limitare i suoi successi nel corso della carriera? È possibile anche questo.

E questa consapevolezza del senso del limite può togliere felicità a Jannik quando spreca matchpoint contro Altmaier o si fa surclassare da Cerundolo come è successo a Roma? Certo che può. Trattasi di passaggio all’età adulta o a qualcosa del genere. La buona notizia è che di passaggio si tratta. E che una volta superato inizierà un’altra storia.

Il bivio è questo: o Jannik trova una coperta che non sia corta e che copra tutti gli aspetti del suo essere un top player (soluzioni tecniche, servizio, resistenza fisica e soprattutto consapevolezza mentale), oppure potrebbe doversi rassegnare a essere (e sarebbe già tantissimo, per carità) ciò che sono stati Tsonga, Berdych, David Ferrer giusto per fare tre nomi: supercampioni che però hanno dovuto per tutta la carriera cedere il passo ai Top-4 dell’ultimo ventennio.

Accontentandosi delle superbriciole concesse. Aspettando di avere risposte è il caso di stare a guardare senza fare troppi drammi. Jannik è giovanissimo e la sensazione è che i migliori risultati in carriera, prendendo in considerazione quelle che sono le sue armi attuali, li potrà cogliere sul veloce, magari indoor.

Intanto magari interiorizzerà la consapevolezza del limite, accetterà che non per forza si deve essere dei re anche se gli altri lo esigono e riprenderà a essere felice di impiegare la propria vita prendendo a racchettate una pallina (anziché scagliare a terra la racchetta, come gli è sorprendentemente successo al Roland Garros). Anche contro Cerundolo e Altmaier.

Redazione

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