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Antisemitismo, appello Segre non basta, distanze immutate su ddl

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Roma, 28 set. (askanews) – L’appello di Liliana Segre cade nel vuoto, tra centro-destra e ‘campo largo’ non c’è spazio di dialogo e il ddl anti-semitismo sembra destinato a passare in Parlamento con i voti contrari di Pd-M5s-Avs, con l’eccezione dei riformisti dem. La senatrice a vita si dice “incredula di fronte alle divisioni che si stanno manifestando sul ddl contro l’antisemitismo. Ci sono temi sui quali un paese civile dovrebbe ritrovarsi unito” e chiede un “voto unanime”, da un lato affermando che il testo in esame a suo giudizio “non presenta reali criticità” per quanto riguarda la libertà di critica verso il governo di Israele, ma dall’altro sollecita un atto di disponibilità da parte della maggioranza auspicando l’apertura anche a “inessenziali modifiche” se questo dovesse essere necessario per avere “un esito unitario”.

I due fronti, però, leggono l’appello ciascuno sottolineando la parte che legittima la propria posizione. Per Fdi il testo votato al Senato e ora all’esame della Camera è già “un’efficace sintesi tra i testi di maggioranza e opposizione, operando in costante dialogo con le associazioni”. Per Federico Mollicone le parole della senatrice sono un invito rivolto alla sinistra: “Auspichiamo che la posizione della Segre possa rappresentare un occhiale che risolva la miopia della sinistra e portare, dunque, un voto all’unanimità”.

Dal Pd la lettura è opposta, secondo Chiara Braga la destra deve raccogliere l’invito ad accettare una modifica del ddl: le parole della Segre, spiega, sono “uno stimolo per tutte le forze politiche. In particolare per la maggioranza, a cui torniamo a chiedere di aprire a una modifica del testo licenziato dal Senato, per chiarire che la libera critica alle politiche del governo dello Stato d’Israele non può essere considerata antisemitismo”.

Stessa linea di Avs e M5s. Per Piero Fassino, tra i ‘dissidenti’ Pd che lavorano per un sì al ddl, le parole della senatrice non vanno “strumentalizzate”. L’ex segretario Ds ha provato ancora per tutto il giorno a trovare una possibile mediazione tra i due fronti, ma a fine giornata le posizioni restano distanti. Così come restano le critiche della minoranza dem e mentre Emanuele Fiano dice esplicitamebnte di essere sempre più in difficoltà a rimanere nel Pd.

[Centrodestra e campo largo tengono le posizioni|PN_20260928_00154|in02|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260928_213708_514A5DC5.jpg|28/09/2026 21:37:13|Antisemitismo, appello Segre non basta, distanze immutate su ddl|Antisemitismo|Politica]
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Salute, torna al Foro Italico Tennis and Friends

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Roma, 28 set. (askanews) – Torna al Foro Italico, dal 2 al 4 ottobre, Tennis & Friends – Salute e Sport, il progetto nato nel 2011 per promuovere la cultura della prevenzione attraverso lo sport, la salute e i corretti stili di vita. Giunta al 15esimo anno, la manifestazione – realizzata in collaborazione con FITP e le Istituzioni, amplia quest’anno il programma con nuove attività dedicate alle persone più fragili e, per la prima volta, porta la prevenzione anche nelle ore serali con la “Notte Bianca della Prevenzione”, in programma sabato 3 ottobre fino all’una di notte.

Tre giornate nelle quali al Villaggio della Salute&Sport, tematiche come prevenzione, sport, ricerca, formazione, istituzioni e solidarietà si incontreranno al Foro Italico con l’obiettivo di rendere la prevenzione sempre più accessibile e vicina alla quotidianità delle persone. Il cuore della manifestazione saranno sempre visite, screening e consulenze gratuite, con percorsi dedicati alla prevenzione oncologica, alla salute della donna e dell’uomo, alla fertilità e natalità, alla salute materno-infantile, alle vaccinazioni, all’obesità, alla prevenzione cardiovascolare e respiratoria, alla longevità e alla promozione dell’attività fisica e dei corretti stili di vita, tutto sotto il coordinamento di Salute Lazio e ASL Roma 1, con il coinvolgimento delle strutture sanitarie del territorio e della sanità militare.

Nato nel 2011 da un’idea del Prof. Giorgio Meneschincheri, medico specialista in Medicina preventiva del Policlinico Universitario Agostino Gemelli e docente all’Università Cattolica di Roma e all’Università Temple di Philadelphia, Tennis & Friends – Salute e Sport ha offerto in quindici anni di attività oltre 400 mila check-up gratuiti ai cittadini, con oltre 1.000.000 di presenze complessive agli eventi. Nel 2025 il progetto ha inoltre ricevuto un encomio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quale riconoscimento dell’impegno nella promozione della salute e della prevenzione.

Venerdì 2 ottobre – “La prevenzione è giovane” La prima giornata – realizzata in collaborazione con FITP- sarà dedicata alle nuove generazioni. Dalle 9.00 alle 14.00, circa 5000 tra ragazze e ragazzi delle scuole del Lazio incontreranno medici, professionisti sanitari, campioni dello sport e testimonial e parteciperanno ad attività dedicate alla prevenzione, all’alimentazione, al movimento e ai corretti stili di vita. Il progetto scuole, nato all’interno di Tennis & Friends nel 2018, rappresenta uno degli strumenti attraverso cui la manifestazione promuove una cultura della salute fin dall’età scolastica, utilizzando un linguaggio diretto e vicino ai giovani.

Sabato 3 e domenica 4 ottobre – Il Villaggio della Salute e dello Sport Da sabato 3 ottobre, il Villaggio della Salute di Tennis & Friends aprirà ufficialmente le porte alla cittadinanza. Per due giorni, a partire dalle ore 10, saranno a disposizione oltre 500 professionisti sanitari, con circa 200 postazioni sanitarie dedicate a visite gratuite in 73 diverse aree specialistiche. Saranno oltre 85 le strutture sanitarie coinvolte, con una rete che comprende il Villaggio delle Forze Armate, Polizia e Guardia di Finanza, le diverse realtà sanitarie del Lazio e il contributo di Asl, Regione Lazio e Ministero della Salute. La cerimonia inaugurale si terrà sabato 3 ottobre alle ore 11.30, alla presenza dei rappresentanti delle principali Istituzioni nazionali, del Governo, del sistema sanitario, dello sport e della società civile. Nel corso della cerimonia il Villaggio sarà benedetto da S.E. Mons. Claudio Giuliodori, Assistente Ecclesiastico Generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Madrina storica dell’evento, Veronica Maya. Sabato e domenica il Villaggio dello Sport accoglierà la Federazione Italiana Tennis e Padel e oltre 30 Federazioni Sportive Nazionali, che proporranno attività per avvicinare il pubblico alla pratica sportiva e alle diverse discipline. Spazio anche al tradizionale Torneo Celebrity con la partecipazione dei volti dello spettacolo che negli anni hanno accompagnato Tennis & Friends con gli storici ambassador e testimonial della manifestazione.

La Notte Bianca della Prevenzione Per la prima volta Tennis & Friends porterà la prevenzione anche oltre gli orari tradizionali. Sabato 3 ottobre, fino all’una di notte, il Villaggio della Salute e dello Sport resterà aperto al pubblico per la “Notte Bianca della Prevenzione”. Screening, visite e consulenze sanitarie gratuite proseguiranno anche in orario serale, accompagnati da musica, spettacolo, cultura e intrattenimento, con la partecipazione di artisti, sportivi e testimonial che sfideranno sui campi per il trofeo “Una volèè per la salute”. Nel corso della serata sarà inoltre dedicato uno spazio speciale alla “Salute Donna”, con attività di informazione e sensibilizzazione dedicate alla salute femminile. La prevenzione raggiunge anche le persone senza dimora La sera del 3 ottobre la prevenzione uscirà dal Foro Italico per raggiungere direttamente i più fragili. Col nuovo progetto di Tennis&Friends “Salute a bordo”, l’autobus di linea messo a disposizione da Atac e allestito appositamente come studio medico con personale sanitario a bordo, si recherà presso la Cittadella della Carità di Santa Giacinta, che – grazie alla Caritas diocesana – accoglie oltre 100 persone senza fissa dimora. Un progetto che rafforza la dimensione sociale della manifestazione e l’impegno a rendere la salute accessibile anche a chi rischia di rimanere escluso dai tradizionali percorsi di prevenzione.

[Il 2,3 e 4 ottobre|PN_20260928_00153|sp24|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260928_212634_32435252.jpg|28/09/2026 21:26:45|Salute, torna al Foro Italico Tennis and Friends|Salute|Cronaca, Salute e Benessere]
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Baden Baden, la città termale dove Dostoevskij si rovinò al casinò

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Milano, 27 set. (askanews) – C’è una cosa che un italiano capisce appena mette piede a Baden-Baden: le terme possono invecchiare bene. Da noi la parola ormai spesso evoca il ricordo di stagioni migliori, stabilimenti un po’ stanchi, cure inalatorie e orchestre che suonavano quando ancora ci si vestiva per la cena. Qui l’acqua calda continua invece a muovere l’economia della città. E lo fa tutto l’anno. Tiene aperti alberghi, riempie ristoranti, porta visitatori nei musei e dà a una città di 57 mila abitanti l’aria sicura di una piccola capitale europea.

Una sicurezza che comincia dal nome. Baden significa “bagni” e, non contenti, gli abitanti lo hanno detto due volte. L’origine è geografica: la città di Baden nel territorio del Baden, poi diventata ufficialmente Baden-Baden nel 1931. Oggi sembra uno slogan escogitato da qualcuno che temeva non si fosse capito il prodotto. L’acqua arriva da dodici sorgenti e sgorga a temperature che raggiungono i 68 gradi. I Romani avevano già costruito qui le loro vasche. Ventidue secoli dopo, il servizio è ancora disponibile.

La differenza si vede nel modo in cui la città è cresciuta attorno alle sorgenti. Il Friedrichsbad, inaugurato nel 1877, assomiglia più a un palazzo pubblico che a uno stabilimento sanitario. Nel 2027 compirà 150 anni e, spiega Jutta Ulrich, Senior Global Marketing & Communication Manager, conserva ancora il percorso termale tradizionale: il bagno diventa anche un modo per attraversare la storia. Poco più in basso, le Terme di Caracalla – sì, anche Baden-Baden ha le sue – puntano su piscine, saune e grandi vetrate. In pochi minuti a piedi si passa da un bagno storico a un moderno centro benessere. Baden-Baden propone le due esperienze come parti complementari della stessa città termale.

Nell’Ottocento era chiamata la “capitale estiva d’Europa”. Arrivavano sovrani, aristocratici, scrittori e giocatori. Dostoevskij perse alla roulette tanto denaro che la moglie dovette impegnare persino l’anello nuziale. Turgenev vi abitò; Brahms passò qui diverse estati. Alle cure termali si accompagnavano passeggiate, incontri mondani e serate al casinò. Nel 1872 l’Impero tedesco vietò il gioco d’azzardo e Baden-Baden perse una delle sue principali attrazioni. Cinque anni dopo aprì il Friedrichsbad, che riportò l’acqua termale al centro dell’offerta e diede alla città un nuovo richiamo internazionale.

Il Kurhaus e il casinò sono ancora il centro simbolico di Baden-Baden. Lampadari, colonne, velluti rossi e tavoli verdi raccontano un’Europa che viaggiava con bauli, servitù e molto tempo a disposizione. Il casinò ha allargato l’offerta: ospita ristorante, bar e discoteca, e si può trascorrere la serata senza puntare un euro. Il gioco è diventato una parte dell’intrattenimento, forse il modo più intelligente per tenere in vita un luogo nato quando perdere denaro in pubblico era ancora un segno di distinzione.

Fuori, la Lichtentaler Allee segue l’Oos per circa due chilometri e mezzo, fino all’abbazia di Lichtenthal. È un parco, una passeggiata e una specie di corridoio urbano nel quale la città mostra il proprio metodo: il verde è curato, le ville compaiono alla giusta distanza, il traffico rimane fuori campo. La domenica, racconta Ulrich, le famiglie percorrono l’Allee e arrivano al caffè vicino al monastero per un dolce. Persino il torrente sembra aver ricevuto istruzioni precise.

Anche l’Italia possiede città termali splendide. Montecatini, insieme a Baden-Baden e ad altre nove località, è entrata nel 2021 nel sito seriale delle Grandi città termali d’Europa riconosciuto dall’UNESCO. Per due secoli Baden-Baden ha continuato a svilupparsi attorno alle terme: giardini, teatri, alberghi, casinò e passeggiate sono diventati parti dello stesso sistema turistico. L’UNESCO ha premiato esattamente questa forma urbana, nata attorno alla cura e al tempo libero.

Negli ultimi decenni Baden-Baden ha aggiunto al vecchio salotto europeo una dose di cultura. Nel 1998 ha aperto il Festspielhaus, ricavato anche dalla storica stazione ferroviaria: 2.500 posti, una capienza sproporzionata rispetto alla popolazione. Nel 2004 è arrivato il Museo Frieder Burda, progettato da Richard Meier lungo la Lichtentaler Allee. Accanto c’è la Staatliche Kunsthalle; poco distante il museo Fabergé. Ulrich conta dieci musei in tutto, una cifra considerevole per 57 mila abitanti. Una parte della trasformazione è stata finanziata dal mecenatismo privato. Anche gli alberghi continuano a investire. Tre grandi hotel a cinque stelle, racconta Ulrich, sono tornati recentemente in attività dopo chiusure durate anni. Nel 2026 ha riaperto lo storico Brenners Park-Hotel dopo due anni di lavori: un altro pezzo di Ottocento rimesso sul mercato con bagni nuovi e memoria ben lucidata. La città conta ora ben cinque hotel col massimo delle stelle.

Cinque alberghi a cinque stelle per 57 mila abitanti danno la misura degli investimenti. Nel centro, terme, musei, casinò e sale da concerto sono a poca distanza; appena fuori comincia il bosco. La città offre così motivi diversi per prolungare il soggiorno.

Il calendario copre ormai tutto l’anno. Il mercatino di Natale prosegue fino al 6 gennaio, più a lungo di molti mercatini tedeschi; appena fuori dal centro cominciano vigneti, sentieri e percorsi ciclabili. Baden-Baden vende un soggiorno nel quale ogni attività sostiene le altre.

È cambiato anche il pubblico. Prima del Covid la presenza russa era molto forte; oggi, spiega Ulrich, prevalgono i tedeschi e sono cresciuti i visitatori dei Paesi vicini, soprattutto i francesi. Aumentano spagnoli e italiani, mentre gli statunitensi frequentano in particolare gli alberghi di fascia alta. E’ il frutto di una politica turistica che punta a ridurre la dipendenza da una sola clientela internazionale.

Naturalmente il meccanismo ha un prezzo, e non soltanto quello degli alberghi. Il centro appare levigato a volte fino all’eccesso. Le boutique, i caffè, le facciate restaurate e le auto costose compongono una città-salotto nella quale la vita ordinaria si vede poco. Il lusso è discreto, ma resta lusso; chi cerca il disordine, le mescolanze e l’energia di una città vera potrebbe trovare Baden-Baden troppo ben pettinata. Sarebbe però superficiale liquidarla come un parco giochi per ricchi. I giardini sono pubblici, il bosco arriva quasi alle case e gran parte della città si percorre a piedi. L’acqua termale continua a essere usata per la funzione che ha dato origine al luogo.

Per le città termali italiane, il confronto più utile è forse questo: qui le sorgenti continuano a orientare gli investimenti, gli spazi pubblici e il calendario turistico.

Il nome continua a descrivere Baden-Baden. Sotto le strade, l’acqua termale risale verso le vasche. Ventidue secoli dopo i Romani, la città comincia ancora da lì, dall’acqua calda sotto i piedi.

[Le dodici sorgenti alimentano un turismo che dura tutto l’anno|PN_20260927_00040|sp20|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260927_235726_AB6E8164.jpg|27/09/2026 23:57:35|Baden Baden, la città termale dove Dostoevskij si rovinò al casinò|Baden Baden|Cronaca, Turismo]
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Suppletive Reggio Calabria, alle 19 l’affluenza è al 10,26%

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Roma, 27 set. (askanews) – E’ del 10,26%, alle ore 19, l’affluenza nel collegio di Reggio Calabria dove si vota per le elezioni suppletive per un seggio alla Camera dei deputati.

Alla stessa ora nel settembre 2022 aveva votato il 35,48 degli aventi diritto. Ci sarebbe dunque un netto calo (-25% circa) sebbene vada sottolineato che quattro anni fa si votò in un solo giorno, mentre in questo caso i seggi sono aperti anche nella giornata di domani, dalle 7 alle 15.

Sembra quindi confermarsi il trend già registrato alle 12, quando aveva votato il 3,43%.

[Alle 12 era del 3,43%. Quattro anni fa alla stessa ora aveva votato il 35,48%|PN_20260927_00039|gn00 in02|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260927_201930_8CFE44E7.jpg|27/09/2026 20:19:33|Suppletive Reggio Calabria, alle 19 l’affluenza è al 10,26%|Calabria|Politica]
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Golf, Buccellati Ladies Italian Open: domina Casandra Alexander,

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Roma, 27 set. (askanews) – Era la grande favorita e non si è smentita. La sudafricana Casandra Alexander ha vinto con 204 (67 68 69, -12) colpi il Buccellati Ladies Italian Open, ricco di emozioni, bel gioco e con un finale in cui la vincitrice ha messo in evidenza tutte le sue notevoli qualità di numero uno del Ladies European Tour.

Sul percorso del Golf Club Milano (par 72), nella 28ª edizione dell’evento, protagoniste anche le due azzurre, premiate quali miglior italiane, Anna Zanusso e Alessandra Fanali, none con 210 (-6), in un contesto in cui in alta classifica sono praticamente terminate buona parte delle migliori proette del tour.

Casandra Alexander ha condotto una corsa di testa, in compagnia nei primi due round e poi venendo prepotentemente alla ribalta nelle ultime quattro buche quando con tre birdie, per il parziale di 69 (-3, un eagle, quattro birdie, un bogey, un doppio bogey) ha sorpassato la tedesca Sophie Hausmann, a lungo leader in club house con un “meno 9” dopo aver rimontato dalla 27ª piazza con un 64 (-8, nove birdie, un bogey), miglior score del giro e del torneo, e la statunitense Anna Morgan, seconde con 207 (-9). Quest’ultima aveva affiancato la sudafricana, cedendo poi con un bogey alla 17ª, dopo tre birdie in sequenza, probabilmente sotto l’intensa pressione al primo anno da proette.

In quarta posizione con 208 (-8) l’inglese Cara Gainer, in quinta con 209 (-7) la tedesca Alexandra Forsterling e la svedese Moa Folke, entrambe in vetta con la Alexander dopo due turni e messe fuori gioco da un 74 (+2), la ceca Sara Kouskova e l’altra svedese Kaja Arwefjall e, insieme alle due azzurre, l’inglese Eleanor Givens.

Delle altre italiane, Alessia Nobilio è terminata 34ª con 215 (73 71 71, -1) chiudendo in buona graduatoria per la seconda settimana di fila. Al 48° posto con 219 (+3) Matilde Partele (69 76 74), rookie sul tour con ‘carta’ conquistata alla Qualifying School, e Francesca Fiorellini (76 69 74, Olgiata), tanti successi in campo nazionale e internazionale e premiata quale miglior dilettante.

Anna Zanusso (72 68 70) ha effettuato un bel recupero nel secondo round, da 30ª a nona grazie a un 68 (-4), dove è rimasta con un 70 (-2, cinque birdie, tre bogey). Alessandra Fanali (69 71 70), invece, è stata sempre tra le prime dieci e ha concluso anche lei con un 70 (-2, un eagle, due birdie, due bogey).

Casandra Alexander, 27enne di Johannesburg, 107 presenze, ha reso più solida la sua posizione di numero 1 del ranking. E’ alla seconda stagione consecutiva ad alto livello in cui ha collezionato tre titoli, dopo quelli nel Tipsport Czech Ladies Open (2015) e nel Kpmg Irish Open (2026), con altre 17 top ten, otto nel 2025 (quattro volte runner up) e nove quest’anno (cinque volte seconda). Per la vittoria è stata gratificata con un assegno di 52.500 euro su un montepremi di 350.000 euro. (Foto 3MIND-FIG)

[Sul percorso del Golf Club Milano, nella 28ª edizione del torneo|PN_20260927_00038|gn00 ma00 sp27|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260927_192233_3DB3DB45.jpg|27/09/2026 19:22:44|Golf, Buccellati Ladies Italian Open: domina Casandra Alexander,|GOlf|Sport, Mondo Golf]
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Carburanti, Meloni: da IP importante segnale, impegno governo prosegue

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Roma, 27 set. (askanews) – “Dopo Eni, anche IP ha scelto di limitare il prezzo dei carburanti su tutto il territorio nazionale. È un segnale importante di attenzione alle famiglie italiane che conferma che è possibile contribuire concretamente a contenere il caro carburanti. Desidero ringraziare per questo il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, per il segnale di attenzione che rafforza la nostra cooperazione, e il presidente di Socar, Rovshan Najaf”. Lo afferma in una nota la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

“Il governo – aggiunge – continuerà a lavorare per sostenere le famiglie e proteggere il loro potere d’acquisto, soprattutto in questa fase internazionale così complessa”.

[Grazie a presidente Azerbaigian, segnal che rafforza cooperazione|PN_20260927_00036|gn00 in02|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260927_182145_C7B80129.jpg|27/09/2026 18:21:53|Carburanti, Meloni: da IP importante segnale, impegno governo prosegue|Carburanti|Politica]
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Un sistema Ue di rating energetico e ambientale per i data center

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Roma, 26 set. (askanews) – La Commissione europea ha presentato il 21 settembre un sistema comune di classificazione (‘rating scheme’) ed etichettatura elettronica delle performance di efficienza energetica e di sostenibilità ambientale per i ‘data center’, le infrastrutture per i servizi digitali, l’intelligenza artificiale e il cloud computing, che si stanno sviluppando a un ritmo rapidissimo nei paesi tecnologicamente più avanzati, e di cui lo stesso Esecutivo comunitario vorrebbe triplicare la capacità nell’Ue entro sette anni.

Nel 2024, i centri dati nell’Ue hanno consumato circa 68 TWh di energia elettrica. Sotto la spinta dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, si prevede che questo dato raddoppierà fino a 114 TWh entro il 2030, pari a oltre il 3% della domanda complessiva di energia elettrica nell’Ue, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia.

Il sistema di classificazione ed etichettatura, adottato dalla Commissione con un ‘regolamento delegato’, mira ad aumentare la trasparenza sul consumo di energia e di risorse idriche da parte dei data center con capacità superiore ai 500 kW, e a sostenerne l’integrazione sostenibile nel sistema energetico europeo, incoraggiando l’uso delle fonti a basse emissioni (rinnovabili e nucleare), il recupero del calore di scarto generato dagli impianti e il ricorso a sistemi ‘smart’ nelle connessioni con le reti elettriche.

La Commissione ha anche lanciato una consultazione pubblica aperta sugli standard minimi di prestazione (Mps), in termini di riduzione del consumo energetico e dell’impronta ambientale, che saranno fissati in un secondo momento, sulla base del nuovo sistema di classificazione, per i centri dati operanti nell’Ue. L’obiettivo degli Mps è che tutti i data center, nuovi o ristrutturati, rispettino un livello minimo di prestazione in termini di efficienza energetica, utilizzo dell’acqua, riutilizzo del calore di scarto, servizi alla rete e altri criteri di sostenibilità selezionati. La consultazione si concluderà il 14 dicembre di quest’anno, e successivamente verranno proposti i nuovi standard minimi.

‘I centri dati – rileva la Commissione in una nota – sono essenziali per il futuro digitale dell’Europa. Aumentare la capacità di calcolo in Europa è importante per rafforzare l’indipendenza tecnologica e la sovranità digitale dell’Europa. Questo è il motivo per cui l’Ue vuole triplicare la sua capacità di data center nei prossimi cinque-sette anni. Tuttavia, questa crescita comporta sfide che devono essere affrontate. Oltre a utilizzare più energia, un aumento dei centri dati potrebbe esercitare una pressione supplementare sulle reti elettriche e sull’uso di risorse naturali, come l’acqua, e contribuire ad aumentare le emissioni di carbonio. Per limitare questi impatti, è essenziale che i centri dati siano altamente efficienti sotto il profilo energetico e idrico e integrati in modo sostenibile nel sistema energetico’.

Con il sistema comune di classificazione sarà garantito che vi siano informazioni trasparenti sull’uso effettivo delle risorse (energia e acqua) da parte dei centri dati e verrà rilevato il contributo dei centri dati al sistema energetico, come il riutilizzo del calore di scarto, l’aggiunta di capacità di generazione di energia pulita e la flessibilità ‘smart’ nell’uso delle reti elettriche. I data center dovranno modulare la domanda di energia elettrica adeguandola alle condizioni delle reti (ad esempio con il prelievo di elettricità nelle ore di minor affollamento), contribuendo a ridurre il costo complessivo del sistema elettrico, a migliorarne la stabilità e a integrare più energia rinnovabile.

Oggi, nota la Commissione, ‘il riutilizzo di circa la metà di tutto il calore di scarto proveniente dai centri dati europei equivale alla domanda totale di riscaldamento di 4 milioni di famiglie in Europa’.

Il sistema di classificazione indicherà anche se un centro dati contribuisce alla creazione di nuova capacità di generazione di energia pulita, ‘ad esempio mediante la stipula di accordi di acquisto di energia (Ppa) con impianti da fonti rinnovabili o nucleari che non abbiano più di dieci anni o che siano stati oggetto di un sostanziale ammodernamento nell’ultimo decennio’, spiega la Commissione. E sottolinea che l’etichetta elettronica, che misurerà e renderà comparabili i consumi energetici e idrici degli impianti, ‘sarà facilmente accessibile e generata automaticamente dalla banca dati dell’Ue, senza comportare alcun onere amministrativo aggiuntivo’.

Il regolamento delegato sulla classificazione dei data center sarà ora soggetto a un periodo di controllo di due mesi da parte del Parlamento europeo e del Consiglio Ue, prima di entrare in vigore. I co-legislatori hanno il diritto di opporsi all’atto delegato adottato dalla Commissione (ad esempio mettendo in discussione il potere delegato o il processo), ma non possono proporre modifiche al testo.

I primi marchi di sostenibilità (le etichette delle prestazioni) per i singoli centri dati dovrebbero essere visualizzati nel 2027. Un primo riesame del regime è previsto entro la fine del 2028 per valutarne l’efficacia e gli eventuali miglioramenti, se necessario.

Per l’etichettatura, verranno utilizzati parametri per l’assegnazione delle classi di efficienza da A a G, già usati per valutare le prestazioni energetiche dei prodotti industriali e degli edifici nell’Ue.

La valutazione dell’efficienza energetica si baserà principalmente sul ‘Power Usage Effectiveness’ (Pue). Il Pue misura quanta energia serve per alimentare i soli server rispetto all’energia totale consumata dall’intero impianto (compreso, ad esempio, il raffreddamento). Verrà poi considerata e premiata la capacità dei centri dati di reimmettere il calore di scarto generato dai server nelle reti di teleriscaldamento locali o in impianti industriali vicini. E saranno prese in conto anche la quota di elettricità proveniente da fonti a basse emissioni e la capacità dell’impianto di modulare la propria domanda di energia per non sovraccaricare la rete elettrica. La misurazione dell”impronta idrica’, relativa all’acqua usata in enormi quantità per i sistemi di raffreddamento degli impianti, sarà basata sul parametro ‘Water Usage Effectiveness’ (Wue). Questo indice calcola i litri d’acqua consumati per ogni chilowattora (kWh) utilizzato dalle apparecchiature informatiche. L’obiettivo a cui mira la Commissione è ridurre il parametro Wue da 1,0 a 0,5, dimezzando quindi il consumo idrico complessivo dei data center. Ma c’è anche un elemento aggiuntivo da considerare, riguardo all’eventuale condizione di ‘stress idrico’ locale: gli operatori devono dichiarare non solo quanta acqua consumano, ma anche qual è la relazione tra i propri consumi e il livello di scarsità idrica della zona geografica in cui si trova l’impianto.

Teresa Ribera, la vicepresidente esecutiva della Commissione responsabile per la Transizione, ha osservato che ‘triplicare la capacità dei nostri data center non può significare triplicare la pressione sulle nostre reti, sulla nostra acqua e sulle nostre bollette energetiche’. Ma se saranno ‘efficienti, flessibili, alimentati da energia pulita aggiuntiva e con il riutilizzo del calore di scarto’, i centri dati diventeranno ‘una risorsa per la transizione energetica dell’Ue’. ‘Per garantire che la trasformazione digitale funzioni davvero per la nostra società, dobbiamo affrontare la crescente domanda di energia dei data center. Comprendere il loro consumo di energia e di risorse è il primo passo essenziale per integrarli in modo sostenibile nel nostro sistema energetico. La sovranità digitale deve andare di pari passo con la responsabilità energetica’, ha sottolineato il commissario per l’Energia, Dan Jorgensen.

Infine, due osservazioni su ciò che manca nel regolamento della Commissione: non viene menzionato il consumo di suolo, che è uno dei maggiori fattori di impatto ambientale dei data center (evidentemente su questo si fa affidamento solo sulle valutazioni d’impatto gestite dalle autorità locali); inoltre, non viene considerato il prevedibile aumento di rifiuti, anche di materiali pericolosi, che sarà inevitabilmente causato dallo sviluppo dei centri dati e dalla sostituzione di apparecchiature elettroniche che si può prevedere diventeranno rapidamente obsolete.

L’allarme su questo punto è stato lanciato da un recente rapporto di una Ong internazionale con sede a Seattle (Usa), il ‘Basel Action Network’, che si occupa di giustizia ambientale e mira principalmente a contrastare l’esportazione di rifiuti tossici e tecnologici dai paesi industrializzati verso quelli in via di sviluppo. Il rapporto, dal titolo ‘L’onda in arrivo dei rifiuti dell’IA’, avverte che l’espansione in corso delle infrastrutture per l’Intelligenza artificiale genererà una enorme produzione di rifiuti elettronici tossici, con sostanze nocive come mercurio, piombo, cadmio, Pfas (gli inquinanti chimici ‘eterni’), e anche di altri materiali come rame, acciaio e cemento, necessari per le reti elettriche, i sistemi di accumulo di energia e le strutture di raffreddamento dei data center. E sulla gestione di questi rifiuti non c’è ancora alcun piano, come sottolinea il think tank ambientalista internazionale Earth.Org.

Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese

[Lo ha presentato la Commissione, che ora punta a performance minime da rispettare|PN_20260926_00054|nl50|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260926_203244_69BFFD98.jpg|26/09/2026 20:32:51|Un sistema Ue di rating energetico e ambientale per i data center|Ue|Politica, Europa Building]
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Meloni vieta burqa a scuola ma è solo primo passo. Che accade nel resto d’Europa

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Roma, 26 set. (askanews) – In Italia è arrivato, per decreto legge, lo stop al burqa e al niqab nelle scuole, a pochi giorni dall’annuncio della premier Giorgia Meloni alla festa dei giovani di Fdi. “Salvo che ricorrano specifiche ragioni sanitarie o di sicurezza” è vietata la partecipazione alle attività scolastiche con “il volto coperto o con qualsiasi altra modalità atta a non consentire il riconoscimento del volto”. La norma è immediatamente in vigore e prevede una multa da 200 a mille euro per chi non si adegua. Un primo passo verso un divieto esplicito in tutti i luoghi pubblici, come propongono in Parlamento il partito della premier e la Lega di Matteo Salvini, in un ‘derby’ sempre più serrato con Futuro nazionale di Roberto Vannacci, mentre incalza la campagna elettorale.

Ed è di oggi, sabato 26 settembre, l’annuncio dell’avvio “in tutta Italia” di una raccolta firme, promossa da Fratelli d’Italia proprio per promuovere la proposta di legge depositata alla Camera contro il cosidetto “separatismo islamico” e quelle che vengono definite “zone franche”. Conseguenza, è la tesi, dell’immigrazione “incontrollata”. Si va dallo stop al velo integrale in tutti i luoghi pubblici all’obbligo di tracciabilità dei finanziamenti per moschee e luoghi di culto, al reato di chi professa “idee fondate sulla superiorità o l’odio religioso”.

Non esistono statistiche, né in Italia né altrove, su quante ragazze effettivamente indossino il velo integrale a scuola, ma il numero è decisamente esiguo. Come ha dovuto ammettere lo stesso ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara che si è trincerato dietro una questione di principio: fossero poche decine “o mille, credo che il divieto” sia “giusto perché la dignità della donna va rispettata sempre e comunque”. Una “battaglia di civiltà”, secondo il ministro, che si era collegato da New York alla conferenza stampa di qualche giorno fa del Carroccio. Presente Matteo Salvini, il quale aveva sentenziato: “l’Islam politico è il nemico pubblico numero uno. Invece dell’islamofobia, bisogna preoccuparsi della cristiano-fobia” perché “qui in Europa tra un po’ c’è la caccia al cristiano e all’ebreo”.

A scuola, ha chiosato Meloni subito dopo il Cdm, “si va a viso aperto e nessuno in Italia a nome di una presunta o vera tradizione deve coprirsi il volto, mi stupisce che la sinistra non sia d’accordo”. La sinistra, e gli altri partiti di opposizione, parlano di una operazione “demagogica” per fare campagna elettorale sulla “pelle dei bambini”: uno specchietto per le allodole, norme di “distrazione di massa” dai “problemi reali del paese”, disposizioni “identitarie” e “razziste” a “costo zero”.

In Italia, contrariamente ad altri paesi europei, non esisteva sinora una legge specifica che vietasse esplicitamente un simbolo religioso, come il velo integrale. La materia era regolata dalle norme generali di pubblica sicurezza e disciplinata dall’art. 5 della legge n. 152 del 1975 che vieta l’uso, senza giustificato motivo, di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico. Ed è sul “giustificato motivo” che si è giocata la partita in questi anni, con interpretazioni giurisdizionali a favore del rispetto del diritto a professare la propria religione, indumenti e simboli compresi. Ora, per legge, questa ragione viene messa da parte. Con buona pace della sentenza del Consiglio di Stato che tempo fa aveva affermato che indossare il velo integrale per motivi religiosi costituisse un “giustificato motivo”. E con buona pace anche di chi non manca di ricordare che privilegiare divieti generalizzati rispetto a misure volte a una reale integrazione tra le comunità, rischia di isolare bambine e giovani donne, spingendole fuori dal sistema educativo.

“Norme di questo tipo – ha detto Meloni – esistono in diversi paesi europei e anche in alcuni a maggioranza islamica”. Tra questi c’era in passato la Turchia, dove il ‘padre’ della patria Ataturk aveva invitato le donne ad abbandonare il velo, in nome della laicità dello Stato. In anni più recenti erano seguiti diversi divieti. Erdogan ha reintrodotto progressivamente la possibilità di indossare il velo nei luoghi pubblici e recentemente il presidente turco è tornato ad attaccare i paesi occidentali che hanno scelto la strada delle restrizioni.

Non esiste nel Corano un obbligo vero e proprio per le donne di indossare un velo integrale, tanto che i diversi paesi musulmani hanno legislazioni diverse che vanno dai regimi teocratici di Afghanistan e Iran dove ragazze e ragazzi sfidano, pagando con la vita, l’obbligo di indossare il velo in quanto simbolo di oppressione. Fino a situazione opposte, come in Tunisia dove c’è una legislazione anti-niqab.

Cosa accade invece nei principali paesi europei? Le istituzioni comunitarie non interferiscono su norme nazionali che vietino o meno di indossare il velo integrale a scuola o nei luoghi pubblici. Il tema è complesso e richiederebbe uno sforzo in grado di considerare questa complessità che spazia dalla libertà religiosa ai diritti fondamentali delle donne, alla necessità di integrazione sociale; e si muove in contesti estremamente variegati. I giudici delle corti europee si sono occupati soprattutto di controversie nel mercato del lavoro, dove il tema del velo è stato affrontato sotto il profilo delle discriminazioni (di genere e religiose).

Su 27 paesi membri, sono undici gli Stati dove vigono divieti totali o parziali sul niqab e il burqa. A fare da apripista in Europa, nell’ottobre del 2010, è stata la Francia, dopo un dibattito durato diversi anni e dove è stato vietato l’uso di indumenti che coprono il volto negli spazi pubblici. Sulla scelta si è espressa la Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2014 respingendo un ricorso contro il divieto, in nome della “convivenza”. La Cedu, allo stesso tempo, ha riconosciuto l’impatto negativo sulle persone coinvolte, il numero limitato del fenomeno (stimato intorno alle 1.500 unità) e ha osservato che i contenuti della discussione erano stati caratterizzati da islamofobia, con il rischio che la misura potesse consolidare stereotipi e incoraggiare manifestazioni di intolleranza.

Nel 2011 lo stop è arrivato in Belgio, dove si prevede addirittura la reclusione per i trasgressori. Poi è stata la volta della Bulgaria dove il divieto si estende al settore privato e l’uso di burqa e niqab è consentito unicamente nelle abitazioni private e nei luoghi di culto. L’Austria ha seguito a ruota e recentemente è giunta a imporre nelle scuole il divieto di velo islamico, come l’hijab che lascia il volto scoperto, alle ragazze di età inferiore ai 14 anni. Una legge, entrata in vigore il 1° agosto 2018, esclude il volto ‘travisato’ in Danimarca.

Nel 2025, a queste nazioni si è aggiunta la Svizzera, con un referendum popolare svolto nel 2021, che ha ‘rovesciato’ le precedenti decisioni del Consiglio generale che avevano respinto analoghe proposte, in nome della libertà religiosa. Dal primo gennaio dello scorso anno è entrato in vigore il nuovo articolo della Costituzione federale, il 10A, che prevede il divieto di coprirsi il volto negli spazi pubblici. Tra le deroghe, oltre a motivi di salute (Covid docet), ci sono anche eccezioni legate a scopi artistici o pubblicitari. Pochi giorni fa, il divieto di ‘travisamento’ del volto nei luoghi aperti al pubblico è arrivato in Portogallo dopo un’intesa tra il partito di estrema destra Chega e il governo conservatore.

Ci sono infine nazioni dove il divieto è parziale, come nei Paesi Bassi, in Lussemburgo, e in alcuni lander in Germania. A partire da questa settimana, con il decreto legge sulla scuola, questa ‘crociata’ l’ha intrapresa pure l’Italia.

Di Costanza Zanchini

[Divieti in 11 paesi su 27. Crociata contro il “separatismo islamico” in piena campagna elettorale|PN_20260926_00053|nl50|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260926_202203_1E4EB6E5.jpg|26/09/2026 20:22:15|Meloni vieta burqa a scuola ma è solo primo passo. Che accade nel resto d’Europa|Islam|Politica, Europa Building]
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Il bilancio del vertice Trump-Xi: molto cerimoniale, ma nessuna svolta politica

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Roma, 26 set. (askanews) – Una proroga di due mesi della tregua commerciale, il proseguimento del dialogo sull’Intelligenza artificiale e l’impegno a sostenersi reciprocamente nei grandi appuntamenti multilaterali del 2026. E’ questo il bilancio concreto dell’incontro tra Xi e Donald Trump: un passo verso la stabilizzazione dei rapporti, ma senza quella svolta su commercio, tecnologia e questioni strategiche che il forte investimento politico e cerimoniale sul vertice voleva suggerire.

Il risultato più immediato riguarda il commercio. Washington e Pechino hanno prorogato fino al 10 gennaio 2027 la tregua commerciale che sarebbe scaduta il 10 novembre, evitando per il momento una nuova escalation tariffaria. L’intesa, tuttavia, era stata definita già alla vigilia del vertice nei colloqui tra il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng e serve soprattutto a concedere altri due mesi ai negoziatori per cercare un accordo più ampio.

Non è invece arrivato l’atteso pacchetto di riduzioni tariffarie sui beni considerati “non sensibili”. Stati Uniti e Cina stanno lavorando attraverso il nuovo Board of Trade alla selezione di prodotti sui quali alleggerire reciprocamente i dazi, con un negoziato che nelle scorse settimane aveva riguardato riduzioni per circa 30 miliardi di dollari per parte. Ma dalla riunione Trump-Xi non è uscita né una lista definitiva dei prodotti né un nuovo calendario per l’entrata in vigore dei tagli.

Nessun nuovo annuncio neppure sul fronte agricolo, particolarmente importante per Trump in vista delle elezioni di metà mandato. Restano in vigore gli impegni già assunti da Pechino ad acquistare 25 milioni di tonnellate l’anno di soia americana fino al 2028 e almeno 17 miliardi di dollari l’anno di altri prodotti agricoli. Bessent ha detto che la Cina sta procedendo in modo sostanziale con gli acquisti di soia, mentre resta indietro rispetto agli altri obiettivi concordati. Un secondo risultato riguarda l’Intelligenza artificiale, ma anche qui si tratta soprattutto dell’apertura di un processo. Nei colloqui preparatori He e Bessent avevano tenuto il primo confronto specifico sull’IA nell’ambito del meccanismo economico bilaterale. Trump e Xi hanno concordato sulla necessità di proseguire il dialogo e, secondo il resoconto cinese, di discutere rischi e benefici della tecnologia e prevenire usi impropri. Non risulta invece formalmente adottato il meccanismo di notifica per gli incidenti legati all’IA con implicazioni per la sicurezza nazionale, una sorta di “linea diretta” proposta da Bessent nei giorni precedenti.

Restano sostanzialmente irrisolti i dossier più sensibili. Su Taiwan, Xi ha nuovamente chiesto agli Usa di mantenere una posizione contraria all’indipendenza dell’isola e di affrontare la questione “con prudenza”, ma non è stato annunciato alcun nuovo accordo. Sul Medio Oriente, così come sull’Ucraina e sulla penisola coreana, i due presidenti hanno discusso le rispettive posizioni, ma il resoconto ufficiale cinese non registra intese operative. In particolare non è emersa pubblicamente una modifica della posizione di Pechino nei confronti dell’Iran. Sul piano diplomatico, uno dei pochi altri impegni esplicitamente registrati è quello a sostenersi reciprocamente nell’organizzazione dei due grandi appuntamenti internazionali di quest’anno: il vertice Apec tra le economie dell’area dell’Asia-Pacifico, che la Cina ospiterà a Shenzhen il 18 e 19 novembre, e il G20 che Trump ospiterà a Miami il 14 e 15 dicembre.

Il risultato politico della visita appare dunque soprattutto quello di aver allungato la fase di distensione aperta nei precedenti incontri, istituzionalizzando nuovi canali di confronto. Lo stesso resoconto cinese parla di “nuovi risultati” raggiunti dai negoziatori economici, ma senza indicare un nuovo accordo complessivo. Per ora, Trump e Xi hanno comprato soprattutto tempo: fino al 10 gennaio per capire se la tregua commerciale potrà trasformarsi in qualcosa di più strutturale.

Di Antonio Moscatello

[I problemi principali nel rapporto tra Usa e Cina restano irrisolti|PN_20260926_00052|nl50|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260926_201200_8EFCBC2F.jpg|26/09/2026 20:12:12|Il bilancio del vertice Trump-Xi: molto cerimoniale, ma nessuna svolta politica|Cina-Usa|Politica, Europa Building]
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Per Meloni manovra difficile e allarme per un “incidente” che può portare al voto

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Roma, 26 set. (askanews) – E’ svanita la speranza dell’Italia di uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo e ora la strada per la scrittura della manovra (l’ultima prima delle elezioni Politiche) è più accidentata per il governo. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha già avviato da tempo un’interlocuzione con la Commissione europea per avere dei margini sull’utilizzo della flessibilità. L’idea è di stringere al massimo la cinghia negli ultimi mesi di quest’anno per avere la sicurezza di finire sotto il 3% del rapporto deficit/Pil nella prossima verifica, scorporando dunque la flessibilità per le spese su energia e difesa.

Il 22 settembre l’Istat ha pubblicato i dati confermando un rapporto deficit/Pil nel 2025 al 3,1% (con un peggioramento di 355 milioni di indebitamento netto rispetto alla stima precedente). Giorgetti ha espresso “rammarico” confermando l’obiettivo dell’uscita nel 2027. Meno composto il commento di Giorgia Meloni, ormai in campagna elettorale, che ha puntato il dito contro l’Istituto di statistica. “Mi rammarica – ha detto – perché nella stessa giornata l’Istat dice anche che rivede le stime di crescita italiana del 2024. C’era stato un errore del 30%, accaduto tutti gli anni” con le stime “che dopo sono state riviste al rialzo. Non so se l’Istat sottostimi gli italiani o il governo ma sta accadendo. Mi spiacerebbe se questo accadesse anche tra due anni e dovessimo scoprire che stavamo sotto il 3% e le stime erano troppo prudenti”.

L’andamento del Pil migliore delle previsioni per quest’anno (si dovrebbe arrivare intorno all’1% contro lo 0,6% previsto e lo 0,8% già acquisito) lascia comunque qualche decimale di spazio di manovra in deficit per quest’anno, pur restando fermo il limite per la crescita della spesa netta all’1,6% fissato dal Consiglio Ue nell’ambito della procedura per deficit eccessivo. In questo quadro si inserisce l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per le spese per la difesa e il rafforzamento del sistema energetico, formalizzata a Bruxelles l’11 settembre scorso, che consente una flessibilità di 1,5 punti percentuali di Pil per le spese di difesa nel 2026-2028 (qualcosa meno di 35 miliardi totali). All’interno del tetto complessivo, c’è un limite specifico per le spese per la sicurezza energetica di 0,3 punti di Pil su base annuale e 0,6 punti cumulati fino al 2028 (circa 15 miliardi), che a questo punto bisognerà capire se sarà interamente utilizzato. Il mancato conseguimento del deficit sotto il 3% non impedisce di richiedere al Consiglio l’attivazione della clausola, le cui spese restano comunque fuori dal limite di spesa netta nella traiettoria imposta nella procedura per deficit eccessivo (Edp). Ma di fatto i soldi spesi in più, per i paesi sotto procedura Edp, continuano ad essere considerati nel calcolo del deficit. In sostanza si verifica la cosiddetta “asimmetria”: per il paesi non in situazione di disavanzo eccessivo, queste spese non concorrono a determinare né il limite della spesa netta né l’apertura della procedura Edp se superano la soglia del 3% del deficit, mentre per il paesi sotto procedura le spese per la difesa e la sicurezza energetica, pur non incidendo sul parametro della spesa netta, vengono comunque considerate nel monte del deficit da abbattere per tornare sotto il 3%.

Quindi se il governo confermerà di voler uscire dalla procedura nel 2027, come sembra chiaro dalla dichiarazione di Giorgetti, questo vuol dire che ogni euro in più speso ricorrendo alla clausola di salvaguardia deve comunque consentire di restare sotto il 3% sia nel 2026 (le spese si calcolano da febbraio di quest’anno) sia nel 2027, e in prospettiva negli anni successivi. La richiesta di scostamento di bilancio che il governo presenterà al Parlamento dovrà quindi tenere conto di questi limiti nel caso si voglia confermare l’uscita dalla procedura nel 2027.

Gli spazi di manovra per la legge di bilancio comunque ci sono. Restano quelli derivanti dagli avanzi del Pnrr (si parla di circa 4 miliardi), per circa due miliardi già impegnati per lo stop al bollo nel 2027, e quelli derivanti dal miglioramento del Pil sia in termini di entrate fiscali che di spazi in deficit rispetto al quadro tendenziale. Per far quadrare i conti, Giorgetti dovrà anche respingere l’assalto alla diligenza di ministri e partiti, già cominciato con Matteo Salvini che ha chiesto “uno scostamento di bilancio da miliardi”. Ma anche la premier spinge per far uscire un po’ di soldi per ridurre le tasse e non doversi presentare a mani vuote agli elettori.

Come già detto, la presidente del Consiglio è ormai in modalità campagna elettorale. Disertata per la prima volta l’assemblea generale dell’Onu (cosa su cui non è mancata la polemica), questa settimana ha rilasciato due interviste (entrambe in contesti “amici”, Porta e Porta e Il Tempo), si è presentata a sorpresa alla cena di gala della Milano Fashion Week, ha varato in Consiglio dei ministri un criticato decreto che tra l’altro prevede un tetto del 30% nelle classi ai ragazzi stranieri che non conoscono bene l’italiano, oltre al divieto di burqa e niqab. Alcune delle norme che erano state pensate sono state modificate su pressione del Quirinale, in una settimana di tensione tra Palazzo Chigi e Colle, con Meloni che – proprio a Porta a porta – non ha esitato ad attaccare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Un attivismo, quello della premier, che porta a interrogarsi sul momento in cui il Paese andrà al voto. La scadenza naturale della legislatura è nell’autunno 2027 ma pochi pensano davvero che si possa arrivare fino a quel momento. “Si vota a primavera”, per alcuni, “Anche prima, a inizio 2027” per altri, secondo cui – come ci dice un membro del governo – “la sensazione è che Meloni stia cercando un incidente” per portare il Paese alle urne.

Un incidente che potrebbe effettivamente esserci sulla legge elettorale. Dopo il via libera del Senato, il testo è tornato alla Camera per la terza lettura e i voti finali sono attesi tra il 6 e l’8 ottobre. Il governo ha deciso di porre la fiducia, ma comunque ci saranno due voti segreti in cui potranno mettersi all’opera i franchi tiratori, e gli scontenti nel centrodestra non mancano: le donne che non hanno digerito la fine delle quote per la parità di genere e i peones che rischiano fortemente di non essere ricandidati. Per questo nel Consiglio dei ministri del 24 settembre Meloni ha mandato un messaggio chiaro: tutti presenti in Aula, perché se la maggioranza va sotto sulla legge elettorale le conseguenze sarebbero “inevitabili”. Ovvero: si va a casa. Predisposto anche un “servizio d’ordine” per controllare gli eventuali ribelli: personale di Fdi in osservazione dalle tribune, posti a sedere rimescolati per affiancare i possibili dissidenti a “fedelissimi” della premier. Un segno evidente di nervosismo. Anche se, come spiega l’esponente governativo di prima, “alla fine, se cadesse Meloni potrebbe essere pure contenta: si eviterebbe una manovra complicatissima e potrebbe fare una campagna elettorale di quelle che piacciono a lei, tutta in contrapposizione contro le forze che impediscono il cambiamento”.

P.S. Occhio questo fine settimana alla Calabria per le suppletive in cui Roberto Vannacci sfida il centrodestra puntando a fare della regione del Sud la Sassonia-Anhalt d’Italia. Ma di questo abbiamo già parlato nelle scorse settimane.

Di Alberto Ferrarese e Lorenzo Consoli

[Italia resta in infrazione per deficit, Giorgetti tratta. E sulla legge elettorale si temono “ribelli”|PN_20260926_00051|nl50|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260926_200655_EC24D6D5.jpg|26/09/2026 20:07:05|Per Meloni manovra difficile e allarme per un “incidente” che può portare al voto|Governo|Politica, Europa Building]
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