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Suppletive, Vannacci “Ponzio Pilato” spinge Giannetta: volete Reggio o Barabba?

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Roma, 23 set. (askanews) – Ci sono l’affondo, l’appello e il fuoriprogramma perchè, a un certo punto, nella piazza di Reggio Calabria, dove Futuro nazionale con Vannacci ha organizzato il comizio conclusivo della campagna elettorale per la corsa di Domenico “Mimmo” Giannetta, ex Forza Italia, alle suppletive alla Camera, va via la luce. Telefoni accesi e un coro: “Chi non salta comunista è”. “Ci provano, ma non ci riescono, abbiamo tutte le tv contro e cresciamo ancora” urla l’ex generale appena torna la luce e lo sguardo sulle prime file mette in risalto la giovane, giovanissima età, dei militanti.

“Dicono che io faccio paura ai giovani, ma sono loro ad avere paura” osserva Roberto Vannacci punzecchiando il centrodestra che ha candidato Fabio Roscioli, avvocato romano, tesoriere del partito e legale di fiducia ieri di Silvio Berlusconi, ora della figlia Marina. “Uno calato dall’alto, che non conosce Reggio” e non potrà rappresentarla a Montecitorio, dicono nel partito dell’europarlarmentare.

E proprio su questo punto Vannacci sfida la platea, usando un linguaggio che sarebbe sacrale, se i suoi stessi social non fossero infestati dai meme che hanno come protagonista “Vannaccius”. Eccolo, dunque, ricalcare alla bisogna la celebre domanda, riportata dai Vangeli, del governatore romano della Giudea Ponzio Pilato alla folla (“Volete Gesù o Barabba?”): “Vogliono convincervi che se siete stati cornuti in passato dovete continuare ad essere mazziati anche in futuro, scegliendo qualcuno che non vi rappresenta, dovete scegliere tra Reggio Calabria e Barabba. Giannetta è Reggio Calabria”, incalza.

L’ex generale spera che Giannetta “sia il decimo deputato” di FnV a Montecitorio ma comunque vada quello del 27 e 28 settembre, dopo tutti i sondaggi, è il primo test nazionale del partito.

[Ex generale arringa la folla e chiede di votare il candidato di FnV|PN_20260923_00149|in02|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260923_205129_CBB16F01.jpg|23/09/2026 20:51:45|Suppletive, Vannacci “Ponzio Pilato” spinge Giannetta: volete Reggio o Barabba?|Camera|Politica]
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Pd si divide su antisemitismo, minoranza: ma su Ucraina no cedimenti

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Roma, 23 set. (askanews) – L’appello di Elly Schlein al centrodestra sull’antisemitismo cade nel vuoto, se la leader Pd ieri sera aveva dato disponibilità a votare il testo a condizione che venga cambiata la definizione di antisemitisimo, il centrodestra fa sapere che non toccherà una virgola del ddl e il ‘no’ dei democratici a questo punto è un dato acquisito. Un esito scontato, che però mette agli atti anche lo smarcamento dei riformisti che ancora non hanno ufficializzato come voteranno, ma che sicuramente non diranno ‘no’ come il resto del partito. Una rottura che la minoranza incassa con rammarico, Piero Fassino parla di “errore”, ma i commenti di altri esponenti riformisti, a microfoni spenti, vanno ben oltre: “E’ l’ennesimo scivolamento verso M5s. A questo punto rimane solo la posizione sull’Ucraina a distinguerci da loro. E su questo non accetteremo sorprese…”.

Il sostegno, anche militare, a Kiev sarà uno dei punti centrali della convention dei riformisti in programma nel fine settimana a Prato, anche perché la linea rossa tracciata da Conte sul no alle armi a Kiev preoccupa molto, proprio alla luce di ciò che è successo sull’antisemitismo. Il Pd al Senato si era astenuto sul ddl, mentre alla Camera la segretaria Schlein e praticamente tutto il resto del partito hanno optato per il no. Solo l’ala che fa riferimento a Stefano Bonaccini e gli ex lettiani, raccontano, sono rimasti prudenti durante il dibattito di ieri sera al gruppo Pd.

Per i riformisti la spiegazione è una sola: “Elly teme di essere scavalcata da Conte su questo, ha ascoltato le sue parole a Nova e non ha voluto lasciargli lo spazio su un terreno molto sentito dalla nostra base”. Una spiegazione di fatto confermata da alcuni parlamentari della sinistra del partito che in Transatlantico, ieri, ragionavano: “Dobbiamo dire no, il nostro mondo altrimenti non capirebbe”, spiegava uno. “Ma Elly lo sa bene”, era la chiosa dell’altro parlamentare.

In assemblea, ieri sera, sono stati Fassino e poi Lorenzo Guerini a proporre la mediazione: asteniamoci tutti, così il partito resta unito. Tesi che non è passata, appunto, la Schlein ha spiegato le ragioni del no e ha rilanciato con l’appello al centrodestra: se cambiano la definizione di antisemitismo, abbandonando quella Ihra e assumendo quella della Dichiarazione di Gerusalemme lo votiamo. La prima definizione, è il ragionamento, rischiava di mettere fuorilegge anche le legittime critiche allo Stato di Israele.

La destra però ha detto no e ora la spaccatura al momento del voto pare inevitabile. Resta solo da capire se i 5 deputati riformisti (Fassino, Guerini, Quartapelle, Merola e Carè) voteranno sì o si asterranno. I dubbi registrati anche tra i bonacciniani e i lettiani hanno spinto i riformisti a prendere tempo, in attesa di capire se si può creare una pattuglia più ampia di astenuti, anziché votare sì, per dare più forza al dissenso rispetto alla linea ufficiale.

Ma, appunto, il vero timore ora riguarda l’Ucraina. Conte dice di non essere disposto a trattare e tra i riformisti sono state notate le parole di Francesco Boccia, l’altro giorno in tv: “Kiev si sostiene in molti modi: sostenendo l’Ucraina in maniera economico finanziario, sostenendo l’Ucraina sul piano della ricostruzione e su questo c’è una discussione aperta molto franca”. Qualche altro esponente della sinistra Pd invece ipotizzava: “Potremmo dire che ribadiamo anche il sostegno militare, ma se entro una data precisa – magari tre o sei mesi – l’Europa non nomina un negoziatore e non parte un vero negoziato smettiamo di mandare armi”. Tutti scenari che la minoranza non è disposta ad accettare: “Questo non lo accettiamo, non possiamo diventare M5s. E a Prato lo diremo chiaramente”.

[I riformisti in allarme per le parole di Conte su Kiev|PN_20260923_00148|in02|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260923_205004_A571B636.jpg|23/09/2026 20:50:12|Pd si divide su antisemitismo, minoranza: ma su Ucraina no cedimenti|Centrosinistra|Politica]
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Ddl antisemitismo, Schlein: destra cambi definizione o votiamo no

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Roma, 22 set. (askanews) – “Quello che abbiamo deciso è di fare un ultimo appello a questa destra a cambiare insieme a noi la definizione divisiva che hanno inserito dentro a questa legge”. Lo ha detto la segretaria Pd Elly Schlein al termine dell’assemblea dei deputati democratici sul ddl antisemitismo.

Il Pd chiede di “approvare uno degli emendamenti unitari che insieme alle altre opposizioni abbiamo presentato per cambiare quella definizione”.

Ha precisato la Schlein: “Se quella definizione sarà cambiata noi siamo anche disponibili a votare questa legge, avendo sempre avuto il contrasto all’antisemitismo e ogni forma di discriminazione nel nostro Dna”.

ALtrimenti, “se quella definizione non sarà cambiata si renderà evidente la natura strumentale di questa operazione da parte della destra e noi voteremo contro e loro si prenderanno la responsabilità di dividere su un tema che invece dovrebbe vedere unite le forze dell’arco parlamentare”.

[Appello della segretaria Pd|PN_20260922_00192|gn00 in02|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260922_213327_14C841E5.jpg|22/09/2026 21:33:33|Ddl antisemitismo, Schlein: destra cambi definizione o votiamo no|Antisemitismo|Politica]
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Meloni difende tetto a studenti stranieri. E tira in ballo circolari Mattarella

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Roma, 22 set. (askanews) – La frase è buttata lì, come fosse una semplice annotazione di cronaca. Ma nella sostanza, visto anche il comprensibile disappunto del capo dello Stato ogni volta che viene tirato in ballo nelle polemiche politiche, rischia di suonare come un nuovo fronte di tensione tra palazzo Chigi e il Quirinale. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ospite di Bruno Vespa prima a ‘Cinque minuti’ e poi a ‘Porta a Porta’ torna sull’annuncio, fatto due giorni fa a Fenix, dell’imminente arrivo in Consiglio dei ministri di un decreto per limitare il numero degli stranieri in classe e imporre il divieto di niqab e burqa.

Una iniziativa che la premier rivendica e difende dalle critiche della sinistra. Critiche che, a suo giudizio, non possono invece essere rintracciate nelle parole che Sergio Mattarella ha pronunciato solo ieri quando, inaugurando l’anno scolastico ad Amatrice, ha insistito sulla necessità che la scuola sia inclusiva e non contribuisca a creare ghetti. Meloni smentisce la lettura che di quelle frasi hanno dato praticamente tutti gli osservatori politici e si dice convinta che non si sia trattato di un modo per contestare l’iniziativa del governo. E, per rafforzare il suo ragionamento, dà a sua volta una interpretazione di quel discorso. Il capo dello Stato, osserva “dice che la scuola deve superare i ghetti, non creare ghetti” e in questa direzione va la volontà di creare “classi più equilibrate” voluta dall’esecutivo. E a riprova della sua tesi la premier aggiunge: “Quando il presidente della Repubblica era ministro dell’Istruzione redigeva circolari che invitavano a non concentrare ragazzi stranieri nella stessa classe, è una misura di buonsenso. Mi pare sia giusto portarla avanti”.

Una frase, appunto, inserita quasi en passant in un ragionamento più lungo, che però le opposizioni stigmatizzano immediatamente come un attacco all’inquilino del Quirinale. “Tirare per la giacca il presidente della Repubblica Sergio Mattarella cercando di trascinarlo, come ha fatto Giorgia Meloni, sulla polemica strumentale del giorno è segno evidente di una totale mancanza di senso dello Stato e costituisce una provocazione diretta alla più alta carica dello Stato. Una cosa di cui l’Italia non ha assolutamente bisogno”, attacca la segretaria del Pd, Elly Schlein.

Nell’intervista la presidente del Consiglio torna anche sul mancato raggiungimento del 3% nel rapporto deficit/pil che avrebbe consentito di uscire in anticipo dalla procedura di infrazione europea. “Sono dispiaciuta – ammette – abbiamo fatto un lavoro complesso che ci ha portato a diminuire il deficit dall’8,1 al 3,08. Siamo al classico hai fatto 30 eri vicino al 31”. Poi la stoccata. “Non so se l’Istat sottostimi gli italiani o il governo ma sta accadendo. Mi spiacerebbe se questo accadesse anche tra due anni e dovessimo scoprire che stavamo sotto il 3% e le stime erano troppo prudenti”.

Ma prima della manovra, che a questo punto non potrà essere espansiva come la premier avrebbe voluto alla vigilia delle elezioni Politiche, il governo ha davanti un altro ostacolo che è quello del voto sulla legge elettorale su cui Meloni ha deciso che sarà posta la fiducia, anche se resta la grande incognita del voto finale segreto. Uno scivolone della maggioranza, fa capire la premier, non potrebbe che avere una sola conseguenza: le dimissioni. “Ne prenderemo atto”, conferma.

Che si voti in primavera o a scadenza naturale, la campagna elettorale è già nel pieno e il grande nemico resta quello alla sua destra: Roberto Vannacci. La presidente del Consiglio non si spinge ad avallare l’idea che possa essere considerata come il “cavallo di Troia” della Russia, come ipotizzato dal Financial Times, ma attacca comunque il leader di Futuro nazionale esattamente sul fronte della disinformazione alimentata da Mosca. “Una cosa che mi ha colpito”, dice, è che “recentemente alcune pagine vicine all’onorevole Vannacci” di cui “lui ha rilanciato i contenuti” per “attaccarmi abbiano utilizzato alcuni argomenti che sono propri della più vergognosa propaganda russa contro di me” e “credo che su questo sia legittimo aspettarsi, da una persona che si definisce patriota, parole molto chiare” e invece “è rimasto in silenzio”.

[Premier si dice “dispiaciuta” per dato deficit/Pil. E attacca Vannacci su post filo-russi|PN_20260922_00189|in02|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260922_211629_CC32510D.jpg|22/09/2026 21:16:35|Meloni difende tetto a studenti stranieri. E tira in ballo circolari Mattarella|Governo|Politica]
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Asl Roma 3: Acilia e Infernetto, Ospedale e Casa di comunità

Roma, 22 set. (askanews) – Il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, ha inaugurato l’Ospedale di comunità di via Morelli, ad Acilia, e la Casa della comunità San Tommaso di via Liviabella, all’Infernetto. All’inaugurazione erano presenti il direttore generale della Asl Roma 3, Laura Figorilli, e il direttore del distretto sanitario del Municipio X, Roberto Morello. Operativo da luglio, l’Ospedale di comunità di via Morelli accoglie pazienti che necessitano di assistenza, monitoraggio sanitario e continuità delle cure, senza necessità di ricovero in ospedale per acuti. La struttura rappresenta un livello di cura intermedio tra ospedale e domicilio e può accogliere pazienti provenienti sia dall’ospedale sia dal territorio. L’accesso può essere proposto dai medici e dai servizi sanitari ospedalieri e territoriali competenti, compresi i Medici di Medicina Generale. L’Ospedale di Comunità favorisce così la continuità assistenziale e, ove possibile, il rientro al domicilio. La Casa della comunità San Tommaso di via Liviabella, attiva da alcune settimane, offre servizi di specialistica ambulatoriale e cure primarie, Punto unico diaccesso, assistenza infermieristica e domiciliare, prenotazioni collegate al Cup aziendale, integrazione con i Servizi Sociali, diagnostica di base e punto prelievi. Le due strutture sono state finanziate con un investimento complessivo di 9.962.268 euro: 4.115.135 euro per l’Ospedale di Comunità e 5.847.132 euro per la Casa della Comunità.

[Il presidente Rocca inaugura le due strutture|PN_20260922_00187|rg08||22/09/2026 21:07:59|Asl Roma 3: Acilia e Infernetto, Ospedale e Casa di comunità|Lazio|Cronaca, Lazio]
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Regione Lazio: Peste suina africana, appello di Comuni e Municipi

Roma, 22 set. (askanews) – Oltre ogni appartenenza politica, venti Comuni del Lazio e i Municipi III e XV di Roma Capitale fanno fronte comune e sui social lanciano l’appello: i cinghiali vanno ridotti. “Abbiamo accettato restrizioni e sacrifici, ma da soli non possiamo affrontare un’emergenza di queste dimensioni” spiegano. Ventidue territori lanciano così un appello alla Regione Lazio e al Commissario straordinario alla Peste suina africana: la popolazione dei cinghiali deve essere significativamente ridotta. Venti Comuni e i Municipi III e XV di Roma Capitale hanno infatti sottoscritto una richiesta congiunta per ottenere un piano straordinario di contenimento e depopolamento e la convocazione urgente di un tavolo istituzionale che stabilisca interventi, risorse, soggetti attuatori e tempi certi.

A firmare sono Campagnano di Roma, Capena, Castelnuovo di Porto, Civitella San Paolo, Fiano Romano, Filacciano, Fonte Nuova, Formello, Guidonia Montecelio, Magliano Romano, Mazzano Romano, Mentana, Monterotondo, Morlupo, Nazzano, Ponzano Romano, Riano, Rignano Flaminio, Sacrofano, Sant’Oreste e i Municipi III e XV di Roma Capitale. “Abbiamo rispettato le restrizioni, rinunciato a manifestazioni e limitato la fruizione dei nostri territori. Cittadini, imprese e attività economiche stanno facendo la loro parte. Ma i Comuni, da soli, non possono fronteggiare un problema di queste dimensioni. Adesso serve un intervento straordinario” spiegano. Il punto posto dai Sindaci è che il contenimento dei cinghiali non può più essere rinviato. “Con la sospensione dell’ordinario prelievo venatorio nella zona infetta, è necessario rafforzare catture, controllo e depopolamento, nelle aree protette come nei territori esterni. Il tempo è fondamentale. Il protrarsi delle restrizioni rischia di soffocare progressivamente territori che vivono anche di turismo, agricoltura, ricettività, eventi e patrimonio ambientale. Parchi, riserve e aree naturali, che dovrebbero rappresentare una ricchezza e un elemento di attrazione, rischiano di diventare sempre più difficili da vivere, frequentare e valorizzare” spiegano i Comuni sui social. Il rischio non soltanto economico, ma sociale, sottolineano: meno visitatori, meno attività, meno eventi, meno occasioni di incontro e una progressiva perdita di attrattività dei territori. “Non chiediamo di convivere indefinitamente con le restrizioni. Chiediamo di creare le condizioni per superarle. Abbiamo bisogno dell’intervento della Regione, del Commissario e di tutti gli enti competenti. I nostri territori hanno già fatto sacrifici enormi: ora bisogna agire sulla causa del problema e ridurre concretamente la presenza dei cinghiali”.

[I cinghiali vanno ridotti, non possiamo più aspettare|PN_20260922_00188|rg08||22/09/2026 21:08:36|Regione Lazio: Peste suina africana, appello di Comuni e Municipi|Lazio|Cronaca, Lazio]
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Friburgo, viaggio nella città verde ai piedi della Foresta Nera

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Milano, 22 set. (askanews) – La prima cosa che sorprende un italiano a Friburgo non è la cattedrale gotica, e neppure l’acqua che corre nei canaletti – questa estate a secco per a siccità – lungo le strade. È l’assenza. Mancano le automobili, o almeno ne manca quella quantità che da noi consideriamo un fenomeno naturale, come la pioggia in novembre e le discussioni sul campionato. Il centro si attraversa a piedi senza dover negoziare ogni incrocio. I tram passano frequenti, le biciclette arrivano da ogni direzione e i bambini possono distrarsi senza che un adulto li richiami continuamente all’ordine con il nostro riflesso nazionale: ‘Attento alla macchina’.

Friburgo im Breisgau, poco meno di 240 mila abitanti nell’angolo sud-occidentale della Germania, ha cominciato a togliere spazio alle auto quando in gran parte d’Europa si faceva il contrario. Il centro storico è pedonale dal 1973 e da allora l’area riservata a chi cammina è stata ampliata più volte. La città investe da decenni in tram, piste ciclabili e quartieri costruiti attorno al trasporto pubblico. Il risultato, secondo il Comune, è che il 79 per cento degli spostamenti avviene a piedi, in bicicletta o sui mezzi pubblici.

Il dato è significativo ma l’effetto reale si coglie per strada. La sostenibilità qui perde il tono penitenziale che spesso le viene attribuito: niente aria da seminario, nessun invito pauperista a limitare i consumi. Semplicemente, muoversi senza automobile è facile. Con il Deutschlandticket, che dal 2026 costa 63 euro al mese, si viaggia sui mezzi urbani e sul trasporto regionale in tutta la Germania. Non comprende i treni ad alta velocità, ma per la vita quotidiana cambia tutto. L’auto rimane disponibile, ma se ne può fare a meno. E mentre le città italiane discutono ogni nuova area pedonale come se si stesse cedendo territorio a una potenza straniera, a Friburgo la rinuncia a qualche parcheggio è stata trasformata in strade più quiete, aria migliore, negozi raggiungibili, bambini che giocano. Le restrizioni funzionano perché l’alternativa arriva prima o insieme al divieto. La morale, per una volta, è stata sostituita da un tram puntuale.

Il quartiere dove i bambini hanno preso il posto delle auto

Il manifesto urbano di Friburgo si trova tre chilometri a sud del centro e si chiama Vauban. Fino ai primi anni Novanta era una caserma occupata dall’esercito francese. Dopo il ritiro dei militari, il Comune acquistò l’area e la trasformò, attraverso un lungo processo di progettazione al quale parteciparono anche i futuri abitanti, in uno dei quartieri ecologici più studiati d’Europa.

Vauban viene spesso descritto come ‘senza auto’. In realtà le macchine esistono, ma nella maggior parte delle strade residenziali non possono sostare davanti alle case. Chi ne possiede una deve acquistare o affittare un posto nei garage multipiano ai margini del quartiere. Il tram attraversa l’insediamento, le fermate sono vicine alle abitazioni, il car sharing completa l’offerta. Le strade liberate dalla sosta sono diventate cortili allungati: alberi, panchine, biciclette, giochi lasciati sull’asfalto.

Gli edifici consumano poca energia; alcuni ne producono più di quanta ne usino grazie ai pannelli solari. La Solarsiedlung progettata dall’architetto Rolf Disch ha fatto scuola con le sue case ‘plus-energy’. Poco distante, nel quartiere di Wiehre, l’Heliotrop dello stesso Disch è una casa cilindrica che ruota seguendo il sole: una macchina abitabile dall’aspetto ancora avveniristico, benché sia stata completata nel 1994.

Vauban testimonia che una diversa organizzazione degli spazi può funzionare, anche non è l’utopia realizzata che raccontano certi dépliant. Le case costano, il quartiere si è progressivamente imborghesito e la scarsità di alloggi è un problema anche a Friburgo. Gli stessi abitanti discutono di traffico, parcheggi e nuove costruzioni. È una città vera, dunque imperfetta.

Una città medievale con l’acqua ai piedi

Dal futuro di Vauban al centro antico bastano pochi minuti di tram. Qui la città verde cambia improvvisamente età. I Bächle, i canaletti alimentati dall’acqua della Dreisam che corrono ai lati delle strade, sono documentati fin dal Medioevo e molto amate dai cittadini. Servivano a portare acqua per diversi usi, compreso lo spegnimento degli incendi e l’abbeveraggio degli animali; oggi rinfrescano le vie nelle giornate calde e forniscono ai bambini una rete navigabile in miniatura. Nei negozi si vendono barchette di legno con un cordoncino, le Bächleboot, da trascinare nella corrente. E’ un regalo ambitissimo, per i più piccoli.

La leggenda dice che chi mette accidentalmente un piede nell’acqua sposerà una persona di Friburgo. È un sistema matrimoniale con qualche problema di consenso, ma un notevole successo turistico. Più concretamente, i Bächle obbligano a camminare guardando dove si mettono i piedi e danno alla città una colonna sonora discreta. La modernità di Friburgo convive bene con questo impianto idraulico vecchio di secoli: l’innovazione, da queste parti, non ha portato, come altrove, alla demolizione preventiva di tutto ciò che esisteva prima.

La città fu fondata nel 1120 e il Münster, iniziato attorno al 1200 e completato nel Cinquecento, domina ancora il centro con la torre di arenaria alta 116 metri. Le corporazioni cittadine contribuirono alla costruzione e finanziarono molte delle vetrate, lasciando nel vetro i simboli dei loro mestieri. Sulla pietra esterna sono incise antiche misure commerciali, compreso il diametro regolamentare del pane: una specie di ufficio metrico medievale esposto al pubblico, utile quando compratore e fornaio non concordavano sulle dimensioni della pagnotta.

Il 27 novembre 1944 un bombardamento britannico distrusse gran parte del centro e uccise quasi tremila persone. Il Münster rimase in piedi, danneggiato ma riconoscibile in mezzo alle macerie.

Salsicce, vino e torta al formaggio

Ogni mattina, tranne la domenica e i festivi, la piazza attorno alla cattedrale ospita il Münstermarkt, con i suoi 130 banchi di verdure, frutta, formaggi, miele, fiori, spezie e prodotti delle campagne del Breisgau e del Kaiserstuhl. Il lato nord è tradizionalmente occupato soprattutto dai produttori locali, quello sud dai commercianti. Fino ad incrociare la Lange Rote, la salsiccia simbolo della città, lunga abbastanza da dover essere piegata per entrare nel panino.

È il cibo democratico di Friburgo: lo mangiano studenti, impiegati, pensionati e visitatori, possibilmente con cipolle stufate. Il sabato si allunga anche la fila per la Käsekuchen, la torta al formaggio venduta vicino alla fontana dei pesci. In una città celebrata per l’efficienza energetica, il monumento gastronomico più popolare rimane dunque una salsiccia di 35 centimetri. È una contraddizione rassicurante e impedisce a Friburgo di diventare insopportabilmente virtuosa.

Friburgo spazza via uno dei più tenaci luoghi comuni: Germania dove si beve quasi solo birra. E’ una città di vino, circondata dai vigneti del Baden, una delle regioni vinicole più importanti e calde del Paese. Nei bicchieri arrivano soprattutto i bianchi, dal Grauburgunder al Weissburgunder, il Pinot grigio e il Pinot bianco. Il clima aiuta: il Breisgau è tra le zone più miti e soleggiate della Germania, qualifica che gli abitanti esibiscono con comprensibile orgoglio e che va comunque letta in termini tedeschi.

La sostenibilità arriva fino all’alta cucina. Hawara, il ristorante di Nicolai Heuer e Yannik Spielmann, ha ottenuto nel 2025 una stella Michelin e la stella verde assegnata ai locali con un impegno ambientale rilevante. Ha un proprio orto, lavora con produttori della regione e costruisce il menu attorno alla disponibilità degli ingredienti. L’interesse dell’esperienza sta nel fatto che la filiera corta deve essere, prima di tutto, buona da mangiare e non un sacrificio etico.

Il bosco dopo l’ultima casa

Poi c’è la Foresta Nera. A Friburgo comincia quasi dentro la città. Dal centro si sale a piedi verso lo Schlossberg e in pochi minuti i rumori urbani si spengono tra gli alberi. Più in alto, lo Schauinsland raggiunge i 1.284 metri ed è collegato con i mezzi pubblici e una funivia. Sentieri, percorsi per mountain bike e discese si innestano sulla rete urbana con una naturalezza che rende credibile la frase ripetuta dall’ente turistico regionale: ‘In cinque minuti sei nel bosco’.

La Foresta Nera italiana, quella che ci portiamo dietro dall’infanzia, è un impasto poco accurato di fiabe dei Grimm, orologi a cucù, torte alla panna e boschi minacciosi. I Grimm non venivano da qui, e Robin Hood — altra sorprendente associazione di alcuni visitatori — circolava in un’altra foresta, quella di Sherwood: sbagliato perfino il Paese. Il paesaggio reale è meno teatrale: colline, abeti, prati, vigneti, fattorie isolate. Il nome latino Silva Nigra racconta lo sguardo di chi vedeva una massa scura e impenetrabile; attraversandola oggi, prevale la sensazione di uno spazio abitato senza essere stato completamente addomesticato.

Anche il rapporto con l’Italia è meno remoto di quanto può sembrare a prima vista. I residenti con cittadinanza italiana sono più di tremila, ai quali si aggiungono tedeschi di origine italiana. Lungo la linea ferroviaria della Höllentalbahn, il grande viadotto della gola di Ravenna è un’altra meta simbolo della regione. In inverno, sotto le sue arcate illuminate, si tiene un mercatino di Natale talmente popolare di essere accessibile solo su prenotazione.

Friburgo viene chiamata ‘Green City’ e ‘Città solare’, due espressioni ormai consumate dal marketing territoriale. Ma i pannelli sui tetti ci sono davvero e le case a emissioni zero pure. E la trasformazione urbana, silenziosa, è nel tram che arriva, nella bicicletta che sfreccia sulla corsia riservata, nel bosco raggiungibile a piedi, e su una strada sulla quale un bambino può fermarsi a giocare.

Informazioni pratiche

Il Münstermarkt si tiene dal lunedì al venerdì dalle 7.30 alle 13.30 e il sabato fino alle 14. Per il trasporto locale e regionale è disponibile il Deutschlandticket, che nel 2026 costa 63 euro al mese e non comprende i treni a lunga percorrenza. Dal centro, lo Schlossberg si raggiunge a piedi; per lo Schauinsland si usano il tram 2, l’autobus 21 e la funivia. Le visite guidate in italiano sono proposte anche da Foresta Nera Tours. Il mercatino natalizio della Ravennaschlucht richiede la prenotazione anticipata.

[Dal mercato del Duomo ai Bächle e a Vauban, a piedi e in tram|PN_20260922_00001|sp20|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260922_012715_6CD7EB4D.jpg|22/09/2026 01:27:22|Friburgo, viaggio nella città verde ai piedi della Foresta Nera|Friburgo|Cronaca, Turismo]
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Lavoro, bozza accordo imprese-sindacati su rappresentanza e salario giusto

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Roma, 21 set. (askanews) – Imprese e sindacati definiscono una prima bozza di accordo sui principi generali relativi alla rappresentanza e alla contrattazione collettiva. Il documento, di sette pagine, che Askanews è in grado di anticipare, arriva dopo una serie d’incontri a livello tecnico che proseguiranno domani e si concluderanno, probabilmente, con la firma di un accordo quadro in un incontro già fissato il 28 settembre in Confindustria.

L’obiettivo dell’accordo “è regolare – si legge nella bozza – i comportamenti negoziali delle organizzazioni, sia datoriali che sindacali, nell’ambito della contrattazione collettiva, al fine di individuare i contratti collettivi ‘di riferimento’ che, per essere tali, devono essere sottoscritti dalle organizzazioni sindacali e datoriali che siano ‘comparativamente più rappresentative’ a livello nazionale, in base ai criteri declinati nel presente documento, prendendo a riferimento esclusivamente il settore di attività, la tipologia e natura giuridica di impresa (imprese artigiane, imprese cooperative, altre imprese)”.

La definizione e l’applicazione delle regole previste dall’accordo “non intendono in alcun modo incidere sull’autonomia di ciascuna organizzazione di rappresentanza né sul diritto della stessa di determinare liberamente le proprie politiche associative”. Non intendono, inoltre, “incidere sulla libertà negoziale delle singole organizzazioni di rappresentanza”.

Le parti (Cgil, Cisl e Uil e quattordici associazioni d’impresa) concordano che l’individuazione dei contratti collettivi di riferimento è “funzionale per la determinazione del salario giusto”, ai sensi Dl 62/2026 e concordano che “la loro integrale applicazione costituisce condizione per accedere a tutte le agevolazioni fiscali e contributive”. Nel documento le parti precisano che “i contratti collettivi nazionali stipulati da soggetti non dotati della maggiore rappresentatività comparata nello specifico settore preso in considerazione rimangono validi, pur non costituendo i contratti collettivi ‘di riferimento’ ai fini dell’individuazione del salario giusto e del riconoscimento degli incentivi di legge”.

Quindi, l’applicazione integrale di un diverso contratto collettivo di settore che garantisce ai lavoratori un trattamento economico e normativo uguale a quello del contratto collettivo di riferimento dà diritto di accedere a tutti, “purché sia rispettata la distinzione per tipologia e natura giuridica di impresa”. Per definire la rappresentanza le parti ritengono siano necessari criteri distinti, rispettivamente per le organizzazioni sindacali e per le organizzazioni datoriali.

Per le prime, le parti concordano che “la misurazione della rappresentanza sindacale si fonda sulla combinazione tra dato associativo e consenso elettorale, cioè iscritti e dati elettorali (voti espressi) nelle elezioni per le rappresentanze sindacali, con l’obiettivo di rendere più solido e trasparente il criterio di misurazione della rappresentatività”. Per le seconde vengono presi in considerazione criteri di natura qualitativa e quantitativa: storicità dell’organizzazione, l’appartenenza ad organizzazioni di rappresentanza europea riconosciute come partner nel dialogo sociale europeo, istituti finalizzati a sostenere forme di welfare contrattuale, maggiore diffusione del contratto tra i lavoratori del settore”.

Imprese e sindacati concordano anche sulla necessità di “assicurare con il massimo rigore l’individuazione dei perimetri contrattuali, che costituiscono una delle questioni più complesse ai fini della misurazione della rappresentanza”. A tal fine, la sfera di applicazione di ciascun contratto nazionale “dovrà essere definita in relazione ai processi produttivi, all’attività prevalente esercitata e ai relativi codici Ateco di riferimento”. Le nuove regole non devono, però, pregiudicare il raggiungimento dell’obiettivo della corretta misurazione della rappresentanza.

Le parti ritengono necessario definire principi e regole universalmente condivise e, per questo fine, concordano che il presente accordo “è aperto alla sottoscrizione delle organizzazioni sindacali e datoriali che, condividendone le finalità, accettano l’integrale applicazione dei suoi contenuti e si obbligano a rispettarne le previsioni ivi contenute”.

La sottoscrizione dell’intesa o la successiva adesione alla stessa “impegna le parti a ricondurre al modello prefigurato con il presente accordo i singoli contratti collettivi nazionali”. Confermata, poi, la volontà di “finalizzare il lavoro di verifica e razionalizzazione dei perimetri contrattuali e relativa ‘trasposizione’ in lista di codici Ateco, in coerenza con le finalità perseguite dalla riforma dell’archivio contratti presso il Cnel”. Confermato inoltre l’impegno a verificare “nei rispettivi contratti collettivi nazionali, non si dia corso ad impropri allargamenti dei perimetri di applicazione e, quindi, ci si attenga rigorosamente al rispetto dei perimetri tenendo conto delle attività caratterizzanti il settore”.

Imprese e sindacati si impegnano a costituire “un organismo unico che svolga un’opera di monitoraggio e segnalazione di eventuali comportamenti non conformi”. La presenza di un contratto “di riferimento” in un determinato settore “non esclude la validità di altri contratti, ancorché sottoscritti da organizzazioni di rappresentanza non comparativamente più rappresentative a livello nazionale in quel determinato settore e per quella tipologia di impresa”, conclude il documento. Le parti “considerano dunque necessario che tutti i soggetti che aderiranno a questo accordo si astengano dal porre in essere, sul piano delle relazioni sindacali, ivi comprese le iniziative di bilateralità collegate al welfare, azioni o iniziative finalizzate a destrutturare il quadro di riferimento della contrattazione collettiva secondo i principi declinati nel presente accordo, sia dal lato sindacale che datoriale”.

[Verso intesa entro la fine del mese|PN_20260921_00148|in02|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260921_222206_D50D45F3.jpg|21/09/2026 22:22:12|Lavoro, bozza accordo imprese-sindacati su rappresentanza e salario giusto|Lavoro|Economia]
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Germania: protesta industria auto, sindacati chiedono piano Ue

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Milano, 21 set. (askanews) – Migliaia di lavoratori dell’industria automobilistica tedesca (100mila secondo alcune stime) sono scesi in piazza oggi contro tagli occupazionali, possibili delocalizzazioni e chiusure di stabilimenti, chiedendo alle aziende e alla politica tedesca ed europea interventi per difendere produzione e occupazione. La mobilitazione nazionale promossa da Ig Metall ha coinvolto, tra gli altri, lavoratori di Volkswagen, Bmw e Bosch.

Ad Hannover, davanti allo stabilimento Volkswagen, alla protesta ha partecipato anche una delegazione della Fim-Cisl italiana, composta da Barbara Arsieni, responsabile dell’ufficio internazionale, e Rocco Cutrì, segretario generale Torino e Canavese.

Ig Metall chiede maggiori investimenti negli stabilimenti tedeschi, una riduzione dei costi dell’energia, il mantenimento degli strumenti di pensionamento anticipato e una maggiore protezione dalla concorrenza cinese. Tra le richieste alla politica figurano anche più protezione commerciale, regole sul contenuto locale e maggiori sostegni europei all’industria.

La presidente di Ig Metall Christiane Benner ha chiesto ai gruppi automobilistici di assumersi la responsabilità per il futuro dell’industria e dell’occupazione in Germania, mentre la presidente del consiglio di fabbrica Volkswagen Daniela Cavallo ha sollecitato interventi immediati da parte delle aziende e della politica.

La Fim-Cisl ha allargato la richiesta a una politica industriale europea comune. “Ci rifiutiamo di assistere passivamente a una transizione ecologica e tecnologica che, se non adeguatamente governata, rischia di ferire a morte l’industria automobilistica europea e spazzare via milioni di posti di lavoro”, hanno affermato Arsieni e Cutrì.

Il sindacato italiano chiede “politiche industriali straordinarie e sostegni reali alla filiera dell’auto” e risorse europee anche attraverso strumenti di debito pubblico comune, capaci di affiancare gli investimenti privati in tutti i Paesi membri. Fim-Cisl sollecita inoltre garanzie sulla tenuta occupazionale e il coinvolgimento preventivo dei sindacati nelle scelte dei grandi gruppi.

La mobilitazione arriva in una fase di forte ristrutturazione del settore tedesco. Volkswagen ha annunciato un’accelerazione del suo programma di riduzione dei costi e il capo del marchio Thomas Schaefer ha riconosciuto oggi che le misure concordate nel 2024 “non sono state sufficienti”. Il gruppo ha inoltre ampliato il piano di riduzione degli organici (100mila addetti), mentre l’intero settore deve fare fronte agli elevati costi industriali, al calo della redditività in Cina e alla crescente concorrenza dei produttori asiatici. Secondo la Fim-Cisl, la filiera automotive europea coinvolge circa 13 milioni di lavoratori metalmeccanici, rendendo necessaria una risposta coordinata alla trasformazione industriale in corso.

[Ig Metall: più difese dalla Cina. Fim-Cisl: debito comune per filiera|PN_20260921_00147|gn00 nv01 sp21|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260921_220217_E2DCAD21.jpg|21/09/2026 22:02:34|Germania: protesta industria auto, sindacati chiedono piano Ue|Auto|Economia, Motori]
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Volkswagen, Schaefer: misure non bastano, accelerare ristrutturazione

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Milano, 21 set. (askanews) – Volkswagen deve accelerare ulteriormente la ristrutturazione perché le misure concordate finora non sono state sufficienti a risolvere i problemi di competitività del gruppo. È il messaggio lanciato dal Ceo del marchio Volkswagen, Thomas Schaefer, durante un incontro con i dipendenti nella sede centrale di Wolfsburg.

“Pensavo che le misure concordate nel 2024 sarebbero state sufficienti. Purtroppo non è stato così”, ha detto Schaefer, secondo quanto riporta Reuters. Il manager ha aggiunto che Volkswagen “non ha tempo da perdere” e intensificherà il programma di ristrutturazione, discutendo i prossimi passi con i rappresentanti dei lavoratori.

Il nuovo richiamo arriva meno di tre giorni dopo il pesante profit warning del gruppo, che venerdì ha tagliato la guidance 2026 sul margine operativo a non oltre l’1%, rispetto al precedente intervallo del 4-5,5%. Volkswagen ha indicato circa 10 miliardi di euro di oneri una tantum, legati soprattutto alla svalutazione della partecipazione in Porsche, agli accantonamenti per la riduzione del personale e al peggioramento del mercato cinese.

All’inizio di settembre il Consiglio di sorveglianza ha approvato il più ampio piano di ristrutturazione nella storia del gruppo, che prevede altri 50mila tagli occupazionali, portando a circa 100mila le riduzioni complessivamente concordate dalla fine del 2024. Resta inoltre aperto il futuro produttivo di quattro stabilimenti tedeschi.

Volkswagen deve fronteggiare contemporaneamente la debolezza dei profitti in Cina, la crescente concorrenza dei costruttori asiatici in Europa, i dazi Usa e una domanda che si sta spostando più rapidamente verso auto elettriche con margini inferiori. Volkswagen, che è uscita oggi dall’Euro Stoxx 50 per la prima volta in 15 anni, ha chiuso in Borsa in calo dell’1,1% a 75,3 euro, Porsche del 2,6% la holding di controllo Porsche SE il 3,3%.

[Dopo profit warning margine 2026 atteso non oltre l’1%|PN_20260921_00146|gn00 nv01 sp21|https://askanews.it/wp-content/uploads/2026/09/20260921_212152_2F534356.jpg|21/09/2026 21:22:11|Volkswagen, Schaefer: misure non bastano, accelerare ristrutturazione|Auto|Economia, Motori]
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