Roma, 26 set. (askanews) – La Commissione europea ha presentato il 21 settembre un sistema comune di classificazione (‘rating scheme’) ed etichettatura elettronica delle performance di efficienza energetica e di sostenibilità ambientale per i ‘data center’, le infrastrutture per i servizi digitali, l’intelligenza artificiale e il cloud computing, che si stanno sviluppando a un ritmo rapidissimo nei paesi tecnologicamente più avanzati, e di cui lo stesso Esecutivo comunitario vorrebbe triplicare la capacità nell’Ue entro sette anni.
Nel 2024, i centri dati nell’Ue hanno consumato circa 68 TWh di energia elettrica. Sotto la spinta dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, si prevede che questo dato raddoppierà fino a 114 TWh entro il 2030, pari a oltre il 3% della domanda complessiva di energia elettrica nell’Ue, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia.
Il sistema di classificazione ed etichettatura, adottato dalla Commissione con un ‘regolamento delegato’, mira ad aumentare la trasparenza sul consumo di energia e di risorse idriche da parte dei data center con capacità superiore ai 500 kW, e a sostenerne l’integrazione sostenibile nel sistema energetico europeo, incoraggiando l’uso delle fonti a basse emissioni (rinnovabili e nucleare), il recupero del calore di scarto generato dagli impianti e il ricorso a sistemi ‘smart’ nelle connessioni con le reti elettriche.
La Commissione ha anche lanciato una consultazione pubblica aperta sugli standard minimi di prestazione (Mps), in termini di riduzione del consumo energetico e dell’impronta ambientale, che saranno fissati in un secondo momento, sulla base del nuovo sistema di classificazione, per i centri dati operanti nell’Ue. L’obiettivo degli Mps è che tutti i data center, nuovi o ristrutturati, rispettino un livello minimo di prestazione in termini di efficienza energetica, utilizzo dell’acqua, riutilizzo del calore di scarto, servizi alla rete e altri criteri di sostenibilità selezionati. La consultazione si concluderà il 14 dicembre di quest’anno, e successivamente verranno proposti i nuovi standard minimi.
‘I centri dati – rileva la Commissione in una nota – sono essenziali per il futuro digitale dell’Europa. Aumentare la capacità di calcolo in Europa è importante per rafforzare l’indipendenza tecnologica e la sovranità digitale dell’Europa. Questo è il motivo per cui l’Ue vuole triplicare la sua capacità di data center nei prossimi cinque-sette anni. Tuttavia, questa crescita comporta sfide che devono essere affrontate. Oltre a utilizzare più energia, un aumento dei centri dati potrebbe esercitare una pressione supplementare sulle reti elettriche e sull’uso di risorse naturali, come l’acqua, e contribuire ad aumentare le emissioni di carbonio. Per limitare questi impatti, è essenziale che i centri dati siano altamente efficienti sotto il profilo energetico e idrico e integrati in modo sostenibile nel sistema energetico’.
Con il sistema comune di classificazione sarà garantito che vi siano informazioni trasparenti sull’uso effettivo delle risorse (energia e acqua) da parte dei centri dati e verrà rilevato il contributo dei centri dati al sistema energetico, come il riutilizzo del calore di scarto, l’aggiunta di capacità di generazione di energia pulita e la flessibilità ‘smart’ nell’uso delle reti elettriche. I data center dovranno modulare la domanda di energia elettrica adeguandola alle condizioni delle reti (ad esempio con il prelievo di elettricità nelle ore di minor affollamento), contribuendo a ridurre il costo complessivo del sistema elettrico, a migliorarne la stabilità e a integrare più energia rinnovabile.
Oggi, nota la Commissione, ‘il riutilizzo di circa la metà di tutto il calore di scarto proveniente dai centri dati europei equivale alla domanda totale di riscaldamento di 4 milioni di famiglie in Europa’.
Il sistema di classificazione indicherà anche se un centro dati contribuisce alla creazione di nuova capacità di generazione di energia pulita, ‘ad esempio mediante la stipula di accordi di acquisto di energia (Ppa) con impianti da fonti rinnovabili o nucleari che non abbiano più di dieci anni o che siano stati oggetto di un sostanziale ammodernamento nell’ultimo decennio’, spiega la Commissione. E sottolinea che l’etichetta elettronica, che misurerà e renderà comparabili i consumi energetici e idrici degli impianti, ‘sarà facilmente accessibile e generata automaticamente dalla banca dati dell’Ue, senza comportare alcun onere amministrativo aggiuntivo’.
Il regolamento delegato sulla classificazione dei data center sarà ora soggetto a un periodo di controllo di due mesi da parte del Parlamento europeo e del Consiglio Ue, prima di entrare in vigore. I co-legislatori hanno il diritto di opporsi all’atto delegato adottato dalla Commissione (ad esempio mettendo in discussione il potere delegato o il processo), ma non possono proporre modifiche al testo.
I primi marchi di sostenibilità (le etichette delle prestazioni) per i singoli centri dati dovrebbero essere visualizzati nel 2027. Un primo riesame del regime è previsto entro la fine del 2028 per valutarne l’efficacia e gli eventuali miglioramenti, se necessario.
Per l’etichettatura, verranno utilizzati parametri per l’assegnazione delle classi di efficienza da A a G, già usati per valutare le prestazioni energetiche dei prodotti industriali e degli edifici nell’Ue.
La valutazione dell’efficienza energetica si baserà principalmente sul ‘Power Usage Effectiveness’ (Pue). Il Pue misura quanta energia serve per alimentare i soli server rispetto all’energia totale consumata dall’intero impianto (compreso, ad esempio, il raffreddamento). Verrà poi considerata e premiata la capacità dei centri dati di reimmettere il calore di scarto generato dai server nelle reti di teleriscaldamento locali o in impianti industriali vicini. E saranno prese in conto anche la quota di elettricità proveniente da fonti a basse emissioni e la capacità dell’impianto di modulare la propria domanda di energia per non sovraccaricare la rete elettrica. La misurazione dell”impronta idrica’, relativa all’acqua usata in enormi quantità per i sistemi di raffreddamento degli impianti, sarà basata sul parametro ‘Water Usage Effectiveness’ (Wue). Questo indice calcola i litri d’acqua consumati per ogni chilowattora (kWh) utilizzato dalle apparecchiature informatiche. L’obiettivo a cui mira la Commissione è ridurre il parametro Wue da 1,0 a 0,5, dimezzando quindi il consumo idrico complessivo dei data center. Ma c’è anche un elemento aggiuntivo da considerare, riguardo all’eventuale condizione di ‘stress idrico’ locale: gli operatori devono dichiarare non solo quanta acqua consumano, ma anche qual è la relazione tra i propri consumi e il livello di scarsità idrica della zona geografica in cui si trova l’impianto.
Teresa Ribera, la vicepresidente esecutiva della Commissione responsabile per la Transizione, ha osservato che ‘triplicare la capacità dei nostri data center non può significare triplicare la pressione sulle nostre reti, sulla nostra acqua e sulle nostre bollette energetiche’. Ma se saranno ‘efficienti, flessibili, alimentati da energia pulita aggiuntiva e con il riutilizzo del calore di scarto’, i centri dati diventeranno ‘una risorsa per la transizione energetica dell’Ue’. ‘Per garantire che la trasformazione digitale funzioni davvero per la nostra società, dobbiamo affrontare la crescente domanda di energia dei data center. Comprendere il loro consumo di energia e di risorse è il primo passo essenziale per integrarli in modo sostenibile nel nostro sistema energetico. La sovranità digitale deve andare di pari passo con la responsabilità energetica’, ha sottolineato il commissario per l’Energia, Dan Jorgensen.
Infine, due osservazioni su ciò che manca nel regolamento della Commissione: non viene menzionato il consumo di suolo, che è uno dei maggiori fattori di impatto ambientale dei data center (evidentemente su questo si fa affidamento solo sulle valutazioni d’impatto gestite dalle autorità locali); inoltre, non viene considerato il prevedibile aumento di rifiuti, anche di materiali pericolosi, che sarà inevitabilmente causato dallo sviluppo dei centri dati e dalla sostituzione di apparecchiature elettroniche che si può prevedere diventeranno rapidamente obsolete.
L’allarme su questo punto è stato lanciato da un recente rapporto di una Ong internazionale con sede a Seattle (Usa), il ‘Basel Action Network’, che si occupa di giustizia ambientale e mira principalmente a contrastare l’esportazione di rifiuti tossici e tecnologici dai paesi industrializzati verso quelli in via di sviluppo. Il rapporto, dal titolo ‘L’onda in arrivo dei rifiuti dell’IA’, avverte che l’espansione in corso delle infrastrutture per l’Intelligenza artificiale genererà una enorme produzione di rifiuti elettronici tossici, con sostanze nocive come mercurio, piombo, cadmio, Pfas (gli inquinanti chimici ‘eterni’), e anche di altri materiali come rame, acciaio e cemento, necessari per le reti elettriche, i sistemi di accumulo di energia e le strutture di raffreddamento dei data center. E sulla gestione di questi rifiuti non c’è ancora alcun piano, come sottolinea il think tank ambientalista internazionale Earth.Org.
Di Lorenzo Consoli e Alberto Ferrarese




