
di Vincenzo Petrone (*)
ROMA (ITALPRESS) â Il giardino zoologico di Atlanta da ieri possiede due Panda, si chiamano Ping Ping e Fu Shuang, e sono stati regalati da Xi Jinping agli Stati Uniti come âinviati di amiciziaâ. Simpatico gesto che però è puramente coreografico e daâ anche la misura della pochezza di risultati della visita di Xi Jinping a Washington. La pochezza dei risultati e la servizievole pompositaâ esibita da Trump purtroppo fanno pensare che nel confronto strategico con la Cina, lâAmerica vuole guadagnare tempo percheâ in questo momento è debole, e ciò su svariati ed importanti aspetti che prescindono dalla penosa contingenza della Amministrazione Trump. Nel corso di questâanno, i due Capi di Stato si sono giĂ incontrati due volte e si vedranno di nuovo in Cina a novembre e poi a Miami in dicembre.
Viene da chiedersi se questa frequenza di incontri, quattro in dodici mesi, non risponda ad una strategia di Xi. Ossia offrire allâego di Trump frequenti occasioni di esposizione mediatica, sapendo che mettendolo in perenne attesa di un prossimo vertice, egli puoâ essere meno tentato dai colpi di testa come quello dellâaprile del 2025 con le tariffe del âliberation dayâ presto rimangiate.
La âstabilitaâ strategica costruttivaâ che i cinesi stanno ottenendo da Trump eâ stata interpretata da molti commentatori come il preludio ad una specie di G2. Probabilmente non è esattamente cosiâ. Vista da Pechino la stabilitĂ prepara non un G2 bensiâ il G1, in quanto garantisce la transizione pacifica verso i nuovi scenari che il Partito Comunista Cinese considera inevitabili in quanto risultato della obbiettiva e crescente superioritĂ â della Cina. Nel commercio internazionale, come dimostra il surplus cinese di 1,2 trilioni di dollari verso il resto del mondo. Nella produzione di terre rare, e nella intera supply chain che eâ alla base della transizione verde che lâOccidente e il resto del mondo devono realizzare. Nella competizione tecnologica verso modelli contrapposti di intelligenza artificiale. Quelli aperti cinesi si imporranno, perchè costano alle imprese una frazione del prezzo imposto da Anthropic e da Open AI ai loro clienti.
E infine, secondo Pechino questa superioritĂ Â strategica si sta affermando anche in relazione a due obbiettivi strategici: la riunificazione con Taiwan da un lato e, dallâaltro, la affermazione della Cina come potenza egemonica in Asia orientale e nel Mar Cinese Meridionale. La guerra in Iran sta dimostrando che gli Stati Uniti non sembrano piĂš in grado di sostenere a lungo una guerra a molte migliaia di chilometri da casa. E se non lo sono contro lâIran, come possono esserlo contro la Cina? Lo stesso Trump in maggio, ha pubblicamente e improvvidamente fatto stato di questa realtĂ â.
Di ritorno dallâincontro con Xi a Pechino, il Presidente ha dichiarato a microfoni accesi, che gli Stati Uniti non sono favorevoli alle ambizioni indipendentiste di Taiwan e che non intendono essere coinvolti in una guerra a oltre 9000 miglia da casa. Per il caso che i cinesi non avessero capito bene, ha aggiunto che le forniture militari a Taiwan sono una âeccellente chip negozialeâ ed ha confermato di aver bloccato lâinvio di 14 miliardi di aiuti militari che il Congresso aveva giaâ approvato.
Insomma, a voler prendere sul serio quel che dice, Trump sembrerebbe pronto a lasciar cadere Taiwan come un frutto maturo, se il tornaconto fosse adeguato. Sempre su Taiwan, pochi giorni prima dellâincontro con Xi, Trump aveeva intimato al telefono alla Prima Ministra del Giappone di abbassare i toni per non urtare Pechino. E cosa mai aveva detto pubblicamente Takaichi di tanto grave? Che in caso di aggressione militare cinese a Taiwan, il Giappone difficilmente avrebbe potuto evitare di essere coinvolto.
In relazione ai due conflitti in corso in Europa e nel Golfo Persico, nei colloqui del 24-26 settembre a Washington, Trump non ha ottenuto alcunchè circa lâesportazione di tecnologie dual use cinesi verso lâIran e verso la Russia. E neppure ha proferito parola in merito al sostegno di intelligence fornito dai satelliti cinesi allâIran. Sostegno acclarato da una indagine della CNN che ha dimostrato come quei satelliti durante la fase piuâ acuta della guerra, abbiano âilluminatoâ piuâ volte le basi americane nel Golfo e in Giordania poco prima che queste fossero rese in pratica inagibili dai missili balistici iraniani.
Eâ impossibile prevedere razionalmente cosa può fare Trump nellâimmediato futuro. Tanto piĂš dopo le elezioni di mid-term di novembre, dalle quali stando ai sondaggi, può uscire in tre modi: male, malissimo o annientato politicamente. Quel che invece si può razionalmente prevedere è che dopo il vertice di Washinton, la Cina non defletterĂ dalla propria road map geopolitica centrata su tre pilastri ufficializzati in documenti ufficiali del governo e del Partito.
Tutti e tre i pilastri hanno lâobbiettivo di sovvertire lâordine internazionale che 80 anni fa lâAmerica ha disegnato, ha posto in essere e ha dominato. In sintesi, oggi le tappe della strategia cinese sembrano essere due. La prima, consiste nella strumentalizzazione del Sud Globale. La seconda è la conquista di Taiwan entro il 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. La Cina sta investendo prestigio internazionale, capitale politico e risorse finanziarie colossali per mettere se stessa al centro di una ragnatela infrastrutturale che deve avviluppare i Paesi del Sud del mondo.
Gli strumenti che sta utilizzando a questo fine sono tre. Il primo, il piĂš noto, è la Global Investment Initiative, ossia la Via della Seta chiamata con un altro nome. Lâobiettivo eâ costruire nel Sud porti, strade, ferrovie ad alta velocitĂ â, infrastrutture digitali ed energetiche, aeroporti. Tutto a credito e senza le condizionalitĂ tipiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. E sempre utilizzando personale e tecnologie cinesi. Il BRICS a questo fine è una leva fondamentale. Il secondo strumento di questa prima tappa della strategia cinese è la Global Security Initiative con la quale la Cina si offre come potenza di equilibrio, mediazione e negoziato diplomatico nelle crisi, in contrapposizione allâinterventismo militare americano. Il terzo strumento è la Global Civilization Initiative che serve a promuovere formule di governance politiche e sociali, diverse da quelle occidentali.
Con forme di capitalismo di stato e senza i corollari tipici delle societĂ â occidentali, tipo la democrazia, il rispetto dei diritti dellâuomo, la libera circolazione di capitali e le legislazioni protettive delle condizioni di lavoro. La seconda, fondamentale tappa strategica del revisionismo cinese, come sopra si accennava, resta ancora e sempre la riunificazione con Taiwan entro il 2049,se possibile senza ricorrere allo strumento militare. La Cina si aspetta che gli Stati Uniti debbano gradualmente rinunciare a difendere Taiwan.
E che riducano drasticamente la propria presenza militare in tutta lâAsia orientale, inducendo anche il Giappone,il nemico storico della Cina, a sottomettersi allâegemonia cinese. Lâappello ricorrente dei diplomatici e degli organi di stampa del PCC allâAmerica affincheâ si ricordi che Cina e Stati Uniti hanno combattuto fianco a fianco nella Seconda Guerra Mondiale, ha un unico obbiettivo reale. E si chiama Giappone. Ma qui câeâ una incognita. Proprio il Giappone puoâ trasformarsi nel primo cigno nero che puoâ mettere in pericolo la âstabilitaâ strategica costruttivaâ e la transizione verso un ordine asiatico dominato dalla Cina. Nessuno puoâ escludere un sussulto di nazionalismo che induca il Giappone a decidere che, venuta meno la garanzia di sicurezza americana, lâunica alternativa per un grande Paese alla sottomissione alla Cina eâ il possesso di un proprio arsenale nucleare.
Tokyo sarebbe in grado di dotarsene nel giro di due, massimo tre anni. Poi câè un secondo, diverso cigno nero ed è tutto interno alla Cina. E consiste nella sostenibilitĂ â allâinfinito dellâenorme surplus commerciale cinese che sta desertificando lâ industria manifatturiera nel resto del mondo. Senza quel surplus, le tappe e le ambizioni della road map cinese diventano irrealizzabili. E qui lâEuropa avrebbe molto da dire e da fare. Ma questa è unâaltra storia.
* Ambasciatore A. R., ex Ambasciatore a Tokyo ed ex Direttore della Fondazione Italia Cina
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).




